martedì 26 novembre 2013

Ma cos'è il KAMUT?

Chi di voi sa cos’è Il Kamut?

E’ un tipo di grano? Sbagliato!!

E’ il  marchio registrato dalla società americana Kamut International, fondata nel Montana (USA) da Bob Quinn.

Questa azienda ha portato avanti una campagna pubblicitaria in cui si sosteneva che il kamut fosse un tipo di grano proveniente dai tempi dell’antico Egitto e risvegliato grazie ai ritrovamenti archeologici e ricoltivato dalla stessa azienda. Ovviamente è tutto falso


In realtà l’azienda si è appropriata del Frumento orientale o Grano grosso Khorasan (nome preso da un altopiano dell’Iran), registrandolo con il nome commerciale di Kamut e lo coltiva nel Montana (U.S.A) creando un vero e proprio monopolio.

In Italia è importato solo da aziende autorizzate e può essere macinato solo da mulini autorizzati. Tutti i prodotti che portano il marchio sono preparati e venduti sotto licenza della K.Int e sotto il controllo della Kamut Enterprises of Europe.

Ma un prodotto fatto con il kamut è privo di glutine?

Il Kamut non ne è né privo né povero.


Bisogna, infatti, chiarire che, come ogni frumento, il Khorasan è inadatto per l’alimentazione dei celiaci, perché contiene glutine (e non ne è né privo né povero, come, poco responsabilmente, una certa comunicazione pubblicitaria afferma o lascia intendere) e ne contiene in misura superiore a quella dei frumenti teneri ed a numerose varietà di frumento duro.

Ma ci sono dei motivi per cui è meglio comprare prodotti fatti con il Kamut?

Non ci sono motivi validi per comprarlo ma, anzi ce ne sono almeno tre per non comprarlo:
1. è un monopolio commerciale: il marketing cerca di spacciare come una varietà di grano ma in realtà non lo è; 
2. il costo eccessivo: la pasta fatta con il kamut costa dall'80% al 200% in più rispetto una pasta di comune grano duro biologico, che sono dovuti non alla qualità del prodotto (i valori qualitativi e nutrizionali sono molto simili a quelli del grano duro) ma al regime di monopolio, ai costi di trasporto, ai diritti di uso ed al costo di propaganda;
3. pesante impronta ecologica: legata allo spostamento di un prodotto perlopiù coltivato dall’altra parte del Mondo che arriva sulle nostre tavole attraverso una filiera molto lunga (migliaia di chilometri), e che, solo per questo fatto, non è compatibile con la nostra filosofia della decrescita e con l’attenzione al consumo locale, fatto se possibile a “chilometro zero”.

Fonte: aam Terra Nuova, marzo 2010, n°248, pagg.73-76 

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