giovedì 10 ottobre 2013

L'ultimo treno - Capitolo 9


Capitolo 9 - Myrna

La cerimonia funebre fu l’occasione per riunire, ancora una volta, le poche anime di quel disgraziato paese, come era già avvenuto in occasione delle nozze  di Marta e Giovanni. Solo una persona non partecipò al triste evento: Augusto Bevilacqua.

Augusto passo forse il peggior periodo della sua vita, neanche le cure della signora Eco riuscirono a farlo emergere dall'apatia in cui cadde. La morte dell’amico, di cui si sentiva in parte responsabile solo per il fatto di averla sognata, fu un colpo da cui non si riprese mai più. Anche la vecchia stazione divenne un luogo ostile per lui, un luogo da evitare sia di giorno, sia di notte, soprattutto durante il suo stato onirico.


Il vecchio passava le giornate in chiesa chiedendo al Signore di mettere la parola fine alla sua inutile vita perché lui il coraggio di suicidarsi, proprio non ce l’aveva. Il Signore, tramite il suo inviato, il parroco del paese, cercò di capire cosa angustiasse tanto il pover'uomo ma non ci fu verso di estorcergli una confessione.

Gli amici di Augusto, preoccupati per la forte depressione in cui l’amico era caduto, pregarono il dottor Edmondo di intervenire ma, come sapete bene, non c’è peggior paziente di chi non vuol essere curato, quindi anche il dottore presto desistette dall'intervenire.

Fu in quel periodo che Augusto conobbe una donna straniera che irruppe nella sua vita nonostante lui ne avrebbe anche fatto volentieri a meno. Tutto iniziò durante una delle frequenti visita di Augusto alla casa del Signore.
L’uomo stava seduto, come al solito, su una panca semi nascosta nelle ultime file della chiesa. Una voce interruppe le sue preghiere a Dio, suppliche per essere iscritto nella lista dei prossimi clienti che avrebbero compiuto il gran viaggio.

“Non ci puoi fare niente, mio caro. Quelli come noi, vedono ma non possono intervenire. Siamo solo degli spettatori e come tali possiamo solo piangere, emozionarci, arrabbiarci e qualche volta anche ridere, se è il caso, nel momento in cui assistiamo all'ultimo dramma delle persone che ci stanno lasciando.”  Disse la donna la cui voce proveniva da una panca poco lontana da quella su cui era seduto Augusto.

Il vecchio ferroviere si girò di scatto, al suono di quelle parole, e fissò la donna cercando di capire due punti fondamentali: primo chi fosse costei, secondo che cavolo avesse detto.

“Mi perdoni ma non ho capito bene cosa ha detto” fu l’unica cosa che riuscì a dire.

La donna lo guardò per un breve istante con un’espressione scettica, poi con movimenti leggeri e senza fare alcun rumore, si alzò e uscì dal luogo sacro. Augusto la seguì con lo sguardo ed ebbe l’impressione che non camminasse ma che si spostasse scivolando sul pavimento come fosse un manichino mentre veniva spostato sa un luogo all'altro.

Uscita la donna, Augusto ripensò alle parole della sconosciuta. In effetti aveva capito tutto benissimo, perlomeno le singole parole ma gli restava ancora misterioso il significato recondito. Era del tutto chiaro che lei si riferisse ai suoi sogni ma questa certezza apriva la porta a domande ancora più inquietanti. La prima era come facesse lei a sapere del suo problema, la seconda cosa aveva voluto dire con quel “quelli come noi”, noi chi?. Non si sentiva affatto simile a quella donna sia per caratteristiche fisiche (ringraziando il Cielo, pensò) sia per caratteristiche morali, di razza e età. Improvvisamente ebbe voglia di bersi un bicchierino e quindi si recò al Nazionale.

La gente e la nebbia che si poteva trovare all'interno del locale era sempre la stessa perché, potesse cascare il mondo, nessuno rinunciava al “bianchino del Nazionale” in compagnia degli amici. L’umore di Augusto mal si accostò all'allegria che regnava all'interno del bar ma la curiosità di sapere se qualcuno avesse già visto quella donna straniera, superò la ritrosia nei confronti dei pettegolezzi da bar. L’uomo giusto era naturalmente il barista che, grazie al suo lavoro, era a conoscenza di vita, morte e miracoli di quasi tutte le persone viventi e decedute del paese.

Attilio era intento a erogare “carburante” ai suoi clienti e non si accorse della presenza dell’ex ferroviere fino a quando non se lo ritrovò davanti.

“Augusto! Che bella sorpresa, è da un po’ che non ti vedo. Come stai? E soprattutto, cosa posso servirti?”

“Il solito, grazie.” Rispose asciutto Augusto che poi tagliò i convenevoli e andò subito al sodo. “Ho visto una donna, una straniera aggirarsi per il paese. Ne sai qualcosa?”

“Una straniera? Veramente non saprei … io di certo non l’ho vista e nel mio bar non si è fatta vedere ma posso chiedere in giro se vuoi.”

“Mi faresti una cortesia, io intanto mi godo il bianchino a quel tavolo laggiù.” Concluse Augusto indicando l’unico tavolo libero nell'angolo del locale.

La serata trascorse senza che Augusto ricevette alcuna notizia della straniera, quindi, a tarda ora, decise di tornarsene a casa della signora Matilde che sicuramente l’aveva aspettato alzata.

Lungo la strada buia e silenziosa, Augusto vide una figura imbacuccata dirigersi verso di lui. Non ebbe dubbi e riconobbe in lei la donna della chiesa, nonostante fosse coperta dalla testa ai piedi da un velo nero  che nascondeva ogni cosa. La nera figura si fermò di fronte all'ex ferroviere e con una mano scostò la stoffa dal viso scoprendo solo gli occhi. Augusto la fissò, subito catturato da quello sguardo magnetico da cui non potevi liberarti. Le due pupille, nere come una notte senza luna, sembravano due pozzi senza fondo in cui, se fossi caduto, non avresti mai più fatto ritorno.

“Hai pensato a quello che ti ho detto in chiesa” esordì la donna con una voce che ad Augusto ricordò il canto degli usignoli in una giornata di sole primaverile.

“Si, cioè no, beh un po’, ma non ti illudere di avermi fatto paura” disse Augusto ancora spiazzato dal forte contrasto che c’era tra quegli occhi infernali e quella voce angelica.

“Non sono venuta per farti paura perché non è di me che devi averne, ma sono qui solo per aiutarti perché io so cosa tu stai provando in questo momento. Perché io sono come te”

- E dagli con questa storia che siamo uguali – pensò Augusto

“Io no so di cosa stai parlando e non ho bisogno dell’aiuto di nessuno. Tu dici che noi siamo uguali ma anche questa mi sembra una grande … fesseria. Io non  ti conosco e non so da dove vieni, quindi come fa tu a pretendere di sapere quello che provo e a dirmi quello che sono?”

- Gliene ho cantate quattro – pensò infine l’uomo dopo essersi sfogato con le parole.

La donna con la mano si ricoprì gli occhi e poi disse: “vedo che non sei ancora pronto. Quando ti sentirai pronto, vieni da me, se lo vorrai, io ti potrò aiutare. Detto questo, la donna si allontanò scivolando (si, proprio scivolando come se avesse dei pattini ai piedi, fu il pensiero di Augusto)  lungo la strada per dissolversi nella notte come fosse un etereo fantasma.

Augusto guardò il nulla per lungo tempo dopo che la figura della donna si era oramai mescolata al buio della notte, intanto rifletteva sulle parole dette dalla straniera. Si accorse di avere i brividi. Si guardò le braccia, dopo aver tirato su una manica della camicia, tutti i bianchi peli erano sull'attenti come bravi soldatini e anche quelli sulla nuca sarebbero stati pronti a marciare se solo avessero avuto le gambe. Inutile nascondersi la verità, quella donna l’aveva inquietato, del resto come faceva a sapere quelle cose di lui? Nonostante le parole che le aveva detto, la cruda verità, la sola verità di cui lui era perfettamente cosciente, era che la donna sapeva perfettamente cosa gli stava succedendo e, per non sapendo come, forse era veramente in grado di aiutarlo ma il suo brutto carattere l’aveva ormai allontanata.

Come un ombra, un cane randagio si avvicinò ad Augusto senza che quest’ultimo se ne accorgesse. Arrivato a pochi metri da lui, abbaiò a più non posso facendo saltare il vecchio per lo spavento tanto che tra un imprecazione e un’altra, l’uomo dovette trovare un  posto per sedersi  per potersi riprendere.

Quando arrivò a casa, cercò di entrare dalla porta di servizio per non farsi scorgere da Matilde ma fatti pochi passi, la luce si accese e la voce della donna lo bloccò sul posto.

“Signor Augusto, le sembra l’ora di tornare? Senza avvisare per di più. E’ pur vero che io non sono sua Madre, ne sua moglie ne tanto meno sua figlia, ma gradirei ugualmente un po’ di rispetto” La sfuriata della donna fu detta senza prendere respiro, poi, dopo averlo guardato bene, la lavandaia riprese a parlare con un tono più pacato sebbene più meravigliato.

“Ma … ma, cosa ha fatto hai pantaloni, è tutto bagnato …”

“Un piccolo incidente tecnico di cui lei non deve preoccuparsi. Non le darò neanche la grana di dovermeli lavare, penserò a tutto io. E con questo, buona notte”

Senza dire un’altra parole, Augusto si diresse con fare altezzoso verso la sua stanza.

Quella notte Augusto sognò. Sogni deliranti e spaventosi, dove lui cercava di sottrarsi a donne incappucciate che volevano catturarlo, sogni dove anche la sua adorata stazione diventava un luogo da incubo e dove anche i suoi migliori amici si trasformavano in orribile mostri da cui l’unica cosa da fare era scappare. Nonostante ciò, nessun treno fece la sua comparsa nei deliri onirici dell’uomo lasciandolo, al suo risveglio,  soddisfatto per aver trascorso una notte tranquilla, nonostante tutto.

I giorni seguenti li dedicò esclusivamente alla ricerca della donna straniera di cui non trovò alcuna traccia. Nessuno l’aveva vista, nessuno ne aveva sentito parlare, era come se quella donna fosse solo uno dei suoi incubi scappato nella realtà.

Sapeva di aver sbagliato approccio con quella donna perché lei sapeva, lei avrebbe potuto aiutarlo e invece, con la sua ottusità, l’aveva allontanata e forse non l’avrebbe rivista mai più. Il suo brutto carattere e la sua testardaggine l’avevano, ancora una volta, fatto precipitare in una situazione che non sapeva più come gestire.

A sua discolpa bisogna dire che gli occhi della donna l’avevano davvero inquietato,  quei due pozzi tenebrosi che parevano non avere fine, in cui ci si poteva perdere per l’eternità. E la voce? quella sinfonia sublime che poteva incantare anche un sordo; una voce probabilmente comparabile a quella delle sirene che incantarono Ulisse nella sua Odissea. Come avrebbe potuto lui, povero ferroviere di uno sperduto paese dell’entroterra, non rimanere sconvolto da tale contrasto? Tutto il buono e il bello del mondo trovava espressione nelle musica celestiale che scaturiva da quelle piccole labbra come se fosse un’esca per attrarre le prede. Ipnotizzate da quella voce, le vittime di quella donna, si sarebbero perse all'interno dei due tunnel neri che erano i suoi occhi, dove avrebbero perso la loro sanità mentale e forse l’anima.

Augusto era seduto in riva al grande ruscello che, da quando era stata chiusa la miniera, era tornato a scorrere copioso nel suo letto originale che si trovava poco fuori dal paese. Era un luogo paradisiaco dove gli alberi riuscivano ancora a nascondere gran parte del cielo azzurro e dove era ancora possibile scorgere i piccoli animali del bosco abbeverarsi nel corso d’acqua. I’unico suono che si udiva in quel luogo era il suono della natura: il rombo dell’acqua che scorreva nel suo corso, il cinguettio degli uccellini, il verso di qualche roditore e il russare di Augusto.
Il vecchio ferroviere trascorreva spesso il suo tempo in riva a quel ruscello, veniva li per riflettere, per trovare una via di fuga dai suoi problemi ma l’unica via che costantemente trovava era quella che lo conduceva nel mondo dei sogni e i sogni, in quel luogo incantato, erano spesso belli, senza fantasmi che partivano con treni infernali e quando non erano belli erano perlomeno neutri. Quel luogo divenne presto l’unico posto in cui lui poteva veramente riposarsi e quindi le sue escursioni fuori porta, aumentarono sempre più.

Una voce svegliò Augusto che si era appena addormentato cullato dal canto di alcuni fringuelli posati sui rami più alti dell’albero che faceva ombra al vecchio ferroviere. Più che una voce, quella che lui sentì, fu una melodia, un canto ammaliatore e Augusto intuì subito quale ne fosse l’origine. Si tirò su per mettersi seduto e la vide seduta al suo fianco con lo sguardo rivolto al ruscello.

“Bello qui” disse la donna straniera “ma quell'acqua può essere pericolosa se uno non ci sta attento” concluse.

- Mo, che faccio?- pensò Augusto – me ne devo andare, anzi no … devo restare e farla parlare. Devo capire chi è e come fa a sapere quelle cose ma … non devo guardarla negli occhi- non devo guardarla- non devo guardarla … - e continuò così per un po’ finché non fu sicuro che non lo avrebbe fatto, poi rispose.

“Si è un bel posto. Io ci vengo spesso per riflettere … ehm … Ma tu cosa fai qui?”

“Sapevo di trovarti qui e quindi ci sono venuta. Ho saputo che mio stavi cercando. Non ci siamo ancora presentati. Io sono Myrna e chi sei tu lo so già”

“Myrna? Allora sei veramente una straniera, da dove vieni?”

“Si, non sono di qui, vengo dall'est ma sono giunta nel tuo paese molto tempo fa, quindi ora il tuo paese è anche il mio.”

“Tu … mi hai detto delle cose l’altro giorno e anche in chiesa, ricordi?”

“Certo che ricordo ma tu sembravi non volermi ascoltare. Ora lo vuoi?”

“Voglio sapere, si voglio sapere come fai a conoscere quelle cose “ disse in un fiato l’uomo come per liberarsi di un groppo che aveva nello stomaco.

“Le so perché le ho vissute anch'io le tue esperienze. All'inizio ero come te, avevo paura, paura di dormire e soprattutto di sognare”

“Si –si è così, anche a me è successa la stessa cosa … e poi?”

“Poi ho riflettuto, ho pensato che non fosse colpa mia se quelle persone morivano. Io le sognavo soltanto e anche se non lo avessi fatto, sarebbero morte ugualmente. Questo è quello che ho pensato ed è quello che devi pensare anche tu perché la morte non aspetta che tu sogni le persone per prendersele, lei se le  prende quando vuole e la data in cui ciò avverrà, è stata già scritta per ognuno di noi.”

“Va bene, questo posso far finta di accettarlo … ma perché mi accade questo?”

 “Il perché lo sa solo il cielo. Quello che ti posso dire è che nel mio caso, tutto è iniziato dopo un incidente nel quale quasi persi la vita. Dopo di allora cominciai a sognare.”

“Anche io sono stato male. Ero in coma e i medici disperavano di potermi salvare. Si, è così! Infatti i sogni sono cominciati subito dopo. E dimmi, per favore, tu sogni ancora?”

“No, non più …. Ma ora devo andare. Il mio compito è concluso con te perché adesso sai come affrontare le tue paure.”

“No, aspetta!” gridò Augusto ma la donna senza voltarsi si allontanò con al sua andatura scivolante.

Augusto decise di tornare in paese perché era troppo agitato per poter riprendere il sonno interrotto.
Arrivato nella piazza principale vide un gruppo di persone asserragliate attorno a qualcosa che lui non poteva vedere da quella distanza. Tutti erano molto agitati.
All'interno del gruppo vide alcuni carabinieri e delle persone con il camice bianco come quello dei dottori. Doveva essere successo qualcosa di grave. Si avvicinò incuriosito e vite che tra gli spettatori c’era anche il suo amico Goffredo.

“Ciao Goffredo, cosa è accaduto?” gli chiese appena fu vicino.

“Olà Augusto! Una cosa terribile, hanno trovato un cadavere nel torrente” rispose  l’amico.

“Un cadavere? E chi è quel poveretto? Qualcuno del paese?”

“No sembra che sia una donna. C’è voluto parecchio per identificarla perché è morta da parecchi giorni e quindi era … come dire, un po’ sfatta. Ma ora hanno ritrovato anche la sua borsetta e dai documenti risulta essere una cantante che lavorava in città, una tale  Myrna … Dicono che avesse avuto una voce celestiale, ora si potrà unire al coro degli angeli.” Concluse l’amico.


“Mondo cane! Era un … una …” farfuglio Augusto ma non riuscì a finire la frase.


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