giovedì 3 ottobre 2013

L'ultimo treno - Capitolo 8


Capitolo 8 - I sogni

Augusto fu fortunato anche quella volta. All'ospedale non fu riscontrata alcuna frattura ma solo grosse contusioni e qualche abrasione che seppur evidente e dolorosa, non avrebbe avuto conseguenze, quindi dopo un paio di giorni fu dimesso e poté tornare a casa e per casa intendo la sua stanza all'interno della palazzina di proprietà di Matilde.


La povera lavandaia si sentì tremendamente in colpa per ciò che era accaduto ad Augusto perché si riteneva responsabile di averlo costretto a seguire le sue fantasie che poi si erano dimostrate molto lontane dalla realtà, fatto sta che le sue attenzioni verso l’ospite crebbero ulteriormente, cosa che non dispiacque al vecchio ferroviere che si guardò bene dal disincentivare tale atteggiamento.

Risolta la questione di Luca Masaniello con una piena assoluzione per non aver commesso il fatto, le giornate, per Augusto, tornarono ad essere tranquille e senza grossi affanni ma le notti furono tutt’altra storia, quelle divennero un inferno.

Il pensiero di aver sognato l’amico Ercole nella stessa notte della sua dipartita, sconvolgeva ancora il vecchio ferroviere ma la cosa di cui aveva più paura era che potesse ancora sognare la morte di qualcun altro, magari proprio di un altro amico. Addormentarsi divenne un problema per lui, non che non avesse sonno, anzi, quello aumentò in maniera esponenziale, il problema era che lui non voleva dormire e quindi faceva di tutto per rimanere sveglio, anche per tutta la notte. In quel periodo divenne il miglior cliente della biblioteca comunale dove prendeva in prestito almeno cinque libri a settimana, inoltre divenne il miglior ascoltatore della radio nazionale che ascoltava sempre fino alla chiusura notturna dei programmi e consolidò l’amicizia con Ignazio Borghi, il proprietario del forno superstite, con il quale passava le lunghe ore prima dell’alba mentre questi preparava pane e brioche per il giorno dopo.

Ma l’uomo ha bisogno di dormire e nulla si può fare per modificare questa verità, si può resistere per qualche tempo ma prima o poi il sonno verrà a prenderci e ci porterà la dove tutto è possibile e così accadde ad Augusto che dopo i primi giorni di veglia quasi ininterrotta, cominciò ad addormentarsi nelle circostanze meno adatte e nelle pose più strane. La prima volta accadde dal barbiere. Durante la rasatura della barba, Ernesto Siviglia, barbiere, parrucchiere per signora, callista e tosatore di animali, sentì uno strano rumore mentre stava provano il nuovo rasoio che si era fatto arrivare da Parigi, un rumore che sembrava aumentare ogni volta che appoggiava le lame sulla pelle del viso di Augusto.

“Ma lei lo sente questo rumore?” chiese al cliente

Nessuna risposta. 

“Provi ad ascoltare quando appoggio il rasoio sulla guancia” insistette Ernesto.

Nessuna risposta e rumore più forte “rooon – rooon – uuffff”

Finalmente il povero barbiere capì che il rumore era dovuto al gran russare del suo cliente, quindi si rassegnò a finire il suo lavoro senza poter raccontare delle ultime vicende sentimentali dei suoi clienti
Un’altra volta, durante la funzione domenicale, il parroco dovette interrompere la predica.

“Vi ho detto mille volte che non voglio animali durante le Sante Messe, non perché non mi piacciano o perché non siano amati dal Nostro Signore ma perché loro non hanno bisogno di trovare la strada per il paradiso, voi si! Fate uscire l’animale e poi continuo” disse rivolto alla platea.

Una voce dal fondo della chiesa disse timidamente: “E’ … è il signor Augusto Bevilacqua che dorme”.

“Ecco appunto! Fate uscire gli animali e poi continuo.”

Augusto fu accompagnato fuori dalla chiesa.

Ma i problemi maggiori li ebbe Matilde perché non riusciva più a finire un discorso prima che il suo ospite partisse per il mondo dei sogni. La donna consigliò l’amico di recarsi dal dottor Edmondo perché sicuramente l’avrebbe aiutato. Augusto ascoltò il consiglio della donna e si recò dallo studio medico. Nessuno seppe mai cosa gli disse il dottore perché Augusto riuscì ad addormentarsi appena fu fatto accomodare sul lettino per essere visitato e fu svegliato solo alla fine quando dovette pagare la parcella quindi lui non sentì niente e non chiese nulla e il dottore, a causa del segreto professionale, non poté dire niente neanche ai suoi amici più intimi.

Tutto questo disordine nella vita di Augusto non aiutò a rendere più facile il già difficile carattere dell’uomo, spesso bastava un nulla per farlo scattare come una molla e più di una persona ricorda di essere stata insultata per delle sciocchezze.

Questo tormento continuò fino a quando Matilde non fece la sua prima scenata isterica a seguito dell’ennesimo addormentamento del suo ospite mentre lui le stava versando il vino nel bicchiere, vino che non finì nel bicchiere ma tutto sulle gambe della povera donna. Le urla della donna svegliarono di soprassalto Augusto, che spaventato, fece cadere la bottiglia del vino che ancora stringeva ancora tra le mani. I cocci di vetro si sparsero per tutta la stanza insieme al vino avanzato e agli improperi di Matilde.

Augusto finalmente comprese che in questo modo non poteva più continuare e quindi si arrese all'evidenza  avrebbe dovuto dormire un sonno vero. Dopo essersi scusato con Matilde e dopo aver ripulito la stanza, Augusto prese commiato dalla donna e si ritirò nella sua stanza per rendere l’onore delle armi al letto che lo aspettava vincitore.

Il paese era tranquillo e l’ex ferroviere passeggiava per le strada guardandosi intorno come se non lo avesse mai visto prima. Si rese conto di stare sognando e si sarebbe voluto svegliare ma ne i pizzicotti, ne le sberlette riuscirono nell'intento  La paura di incontrare il fantasma di Ercole o qualcosa di peggio, era sempre presente nell'uomo che, fortunatamente, ancora  non aveva incontrato nessuno. Ma le cose dovevano cambiare.

Goffredo camminava per le vie del paese tenendo al guinzaglio Tobia che però non sembrava Tobia ma sembrava piuttosto una grossa scrofa con la borraccia al collo. Augusto, quando vide il suo amico, cercò di allontanarsi ma le gambe  divennero pesanti come blocchi di cemento e ogni passo gli costò una fatica enorme. Una mano gli toccò la spalla e lui fu costretto a girarsi ma la persona che l’aveva toccato non era più Goffredo ma Matilde e ora era lei a tenere al guinzaglio la grossa scrofa. 

“No Matilde, lei no” Disse quasi urlando Augusto

“Non si preoccupi per me, signor Augusto, la mia casa sarà sempre sua se le vorrà” rispose lei con un sorriso radiante.

“Lei non capisce, se io la sogno lei potrebbe morire!”

“Suvvia, non dica sciocchezze, i suoi sogni non sono così brutti da farmi morire”  ma ora a parlare non era più Matilde ma di nuovo Goffredo e per Augusto lo scambio fu quasi naturale.

“Lo sai che bisogna partire prima o poi” disse Goffredo con voce triste “Tu mi farai il biglietto?” 

“No – No – Noooo!” tentò di urlare Augusto ma la voce non gli uscì.

“Ma stai sognando anche me!” disse una nuova voce, la voce della scrofa Tobia “Quindi potrei essere io a morire, però tu non sei preoccupato per me. Vero?” il tono accusatorio dell’animale era evidente e fece sentire in colpa il povero vecchio.

“Non voglio che neanche tu muoia, non voglio che muoia nessuno!”

“Ma la colpa se noi moriremo è tua” accuso la scrofa e quindi dovresti essere tu a morire. Cosa ne pensi Matilde” Matilde, questa volta si era aggiunta a Goffredo e a Tobia.

“Penso che tu abbia ragione, dovrebbe morire lui e non noi” rispose lei.

Mentre la donna parlava, Augusto aveva occhi solo per la scrofa che si stava trasformando in qualcosa d’altro. Era diventata enorme e nera come la notte, gli occhi brillavano di un rosso acceso e le fauci contenevano più denti di quanti Augusto ne aveva visti in vita sua. Le grosse zampe erano diventati artigli taglienti che avrebbero tagliato una forma di grana in un attimo (riferisco solo quello che pensò Augusto in quel momento).

“Dovrai morire!” Urlò la belva lanciandosi contro il vecchietto ormai tremolante dalla paura.

L’urlo che lanciò al suo risveglio fece accorre Matilde nella sua stanza.

“Matilde!” disse appena le entrò nella sua stanza. 

La gioia per essersi lasciato alle spalle quell'orribile incubo e che la sua amica fosse li, viva e vegeta davanti a lui, sprizzava da ogni singolo poro della sua vecchia pellaccia.

“Come sono contento di vederla. Lei è viva!” le gridò in faccia appena lei entrò.

“Grazie al Cielo e alla Madonna si, sono ancora viva e se il Signore lo vorrà, intendo restarci. Forse ha sognato la mia morte? Bene questo mi allungherà la vita. Ma ora si calmi: sarà stato solo un sogno” disse lei avvicinandosi al letto su cui lui era seduto.

“Si è stato un sogno, solo un sogno ma molto vivido, tanto vivido da sembrare reale e nonostante questo, mentre lo vivevo sapevo perfettamente che si trattava di un sogno da cui non riuscivo a svegliarmi.” cerco di spiegare lui senza entrare troppo nei dettagli. 

“Ma ora mi deve scusare, devo uscire subito perché devo andare a trovare Goffredo e Tobia”

Naturalmente anche il suo amico e il cane (non più scrofa) stavano benissimo e quindi il buon uomo cominciò a calmarsi e a considerare la possibilità che il fatto che avesse sognato Ercole prima della sua morte, avrebbe potuto essere un evento che non si sarebbe mai più ripetuto per altre persone. Questo pensiero gli rallegrò completamente lo spirito e lo fece tornare l’Augusto dei tempi d’oro.

Passarono alcuni giorno senza che nulla di particolare accadesse ne di giorno ne, soprattutto di notte, quindi Augusto cominciò a lasciarsi alle spalle la brutta esperienza provata con la morte di Ercole. La vita tornò a sorridere al vecchio ferroviere e anche il fatto di dover presto traslocare, diventò un peso meno gravoso grazie alle attenzioni della buona signora Matilde

***

Il lungo corridoio sembrava non finire mai e solo la luce che brillava alla sua estremità più lontana illuminava le pareti e il pavimento rendendo l’ambiente meno ostile e alieno. Quel corridoio non lo aveva mai visto ma sapeva di doverlo percorrere per raggiungere la luce. Ogni metro che faceva in avanti, sembrava allontanare la meta di due ma in fondo ad Augusto andava bene così perché qualcosa gli diceva che la stanza alla  fine del corridoio non gli sarebbe piaciuta. Il solo averlo pensato, sembrò accelerare il tempo e improvvisamente Augusto si ritrovò nella stanza.

Era la biglietteria della vecchia stazione e ora lui, nella sua immacolata divisa da lavoro, era dietro lo sportello in attesa di servire i potenziali clienti.

Davanti a lui, Gasparre Loparo, il portiere del comune, lo stesso a cui avevano rubato la schedina, stava in piedi guardandolo con uno sguardo malinconico.

“Il mio biglietto per favore!” disse Gasparre con un tono piatto e impersonale.

“Io non ti darò nessun biglietto!” rispose Augusto “Adesso te ne torni a casa e te ne vai a letto subito. Chiaro?”

L’ex ferroviere, consapevole della destinazione del treno, non voleva essere complice della dipartita dell’amico.

“Lo sai che non posso. Io sono qua per il motivo che tu conosci perfettamente e ne te, ne nessun altro può cambiare questo fatto”

In quel momento, la macchina che emette i biglietti, prese a funzionare e sputò un biglietto lungo almeno cinquanta centimetri. Solo una piccola scritta nera deturpava il bianco brillante del ticket. La scritta diceva “Solo Andata”.

La scena cambiò ancora, come fosse un fotogramma di un lungometraggio e Augusto si ritrovò sul marciapiede del binario 1. La nebbia sembrava ancora più fitta della prima volta e il treno era già li fermo, in attesa di fagocitare l’ultimo passeggero. Gasparre stava di fronte a lui e senza dire una parola lo abbracciò per salutarlo.

“Non partire, ti prego” implorò Augusto con le lacrime agli occhi.

Gasparre gli sorrise e senza una parola salì nel vagone per raggiungere i suoi compagni di viaggio.

Augusto, con le lacrime agli occhi, sapeva di non potersi opporre a quella cosa e il suo senso di responsabilità gli impose di prendere il fischietto e di far partire quel maledetto treno. Cercò nelle tasche e ritrovò il grosso fischietto rosso che il capotreno gli aveva dato alla partenza di Ercole. Lo rigirò brevemente tra le mani guardandolo quasi come se lo odiasse, poi se lo mise tra le labbra e fischiò un fischiò pieno di malinconia e di rabbia.

Da uno dei finestrini una voce interruppe i suoi tristi pensieri: era Gasparre che lo chiamava.

“Augusto! Il capo treno mi ha detto di dirti di tenere tu il suo fischietto perché ti servirà ancora. Addio amico e non essere triste per me. Ho sempre avuto paura di viaggiare e invece adesso ho l’occasione di farlo per la prima volta nella mia vita ...”

***

Augusto si risvegliò nel suo letto madido di sudore e con un peso sullo stomaco tremendo. Aveva fatto un sogno molto simile a quello che gli aveva portato via Ercole, con lo stesso treno, la stessa nebbia, tutto era uguale all'altra volta e come allora un suo amico ne era il protagonista: il suo carissimo amico Gasparre. Non voleva perdere anche lui.

Ebbe paura di alzarsi dal letto, di uscire per andare a verificare se la maledizione si fosse verificata ancora una volta o meno. Ma cosa poteva fare, del resto? Stare a letto non avrebbe cambiato le cose ma, d’altro canto, di uscire proprio non se la sentiva perché questa volta non era sicuro di poter sopportare il dolore. Poi dal suo cuore nacque una nuova speranza figlia dei momenti spensierati che aveva trascorso negli ultimi tempi, la speranza che fosse stato solo un terribile incubo e niente di ciò che aveva sognato fosse realmente accaduto. Ma si, doveva essere andata così. Ora si sarebbe alzato e sarebbe andato a bere un bianchino con il suo amico e con lui avrebbe riso delle sue paure. E poi, l’aveva detto anche Matilde che sognare la morte di una persona gli avrebbe allungato la vita, quindi il bianchino l’avrebbe pagato Gasparre perché in fondo, se fosse vissuto a lungo, il merito sarebbe stato anche suo.

Con questa nuova positività, Augusto si alzò dal letto e si preparò per uscire ma era destino che quella mattina dovesse rimanere a casa perché quando fu sulla porta sentì le campane della chiesa suonare: suonavano a morto.




     


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