giovedì 17 ottobre 2013

L'ultimo Treno - Capitolo 10



Capitolo 10 - L'ultimo Treno



Dopo gli ultimi avvenimenti la stazione del paese tornò ad essere abitata ma nessuno poté dire di esserci più entrato, ovviamente escludendo il padrone di casa.

Augusto decise di lasciare la comoda stanza che aveva presso la signora Matilde e, senza ne una parola, ne un cenno di saluto o di ringraziamento, se ne tornò alla sua vecchia abitazione. L’unica cosa che lasciò alla donna, fu un assegno messo in un cassetto del comodino, non una gran cifra ma quanto bastava a ricompensare Matilde per il disturbo che gli aveva arrecato.

Come un eremita, il vecchio ferroviere, passò il suo tempo in solitudine, rifiutando l’aiuto che gli amici gli volevano offrire. Neanche il prete e il dottore riuscirono più a farsi ricevere da Augusto perché la volta che tentarono di avvicinarsi alla casa, vennero scacciati in malo modo, soprattutto il prete che, oltre a essere mandato via come fosse un cane rabbioso, dovette oltretutto sorbirsi l’intero elenco di Santi Patrono condito con le più fantasiose parolacce e bestemmie che si possano immaginare.

Goffredo fu l’unico a cui fu permesso di avere accesso alla zona adiacente alla stazione e da grande amico quale era, si preoccupò di raccogliere cibo e generi di prima necessità tra la gente del paese, cibo che poi portava sotto la pensilina della stazione e lasciava li, rispettando in questo modo il volere dell’amico di restare solo.

Augusto ormai viveva in un mondo tutto suo fatto di fantasmi e ombre che la sua mente generava a volontà. Si potrebbe pensare che fosse diventato pazzo e forse lo era diventato davvero ma io credo che la sua fosse solo una specie di difesa che il suo istinto di autoconservazione si creò non potendo accettare quella realtà talmente strana da non riuscirla a spiegare. Il fatto poi che non volesse più condividere la sua vita con gli amici di sempre, credo sia stato un modo per difenderli dai suoi sogni, secondo lui potenzialmente assassini nonostante quello che gli aveva spiegato Myrna poco tempo prima.

Già, Myrna, la donna morta annegata del fiume divenne la fissazione di Augusto. Lui avrebbe voluto rivederla, nonostante ormai avesse capito che la donna che gli aveva parlato era stata altro che un fantasma o un parto della sua fantasia. Avrebbe voluto rivederla perché lei era l’unica in grado di comprenderlo, l’unica che avrebbe potuto capire la sua disperazione.

Insieme alla chiesa, il torrente divenne l’unico luogo in cui lui si recò costantemente per cercare di incontrarla di nuovo. Andò in quei luoghi soprattutto di notte in modo da evitare di incontrare delle persone (le volte che incrociò il prete che si era trattenuto nel sacro luogo per qualche attività straordinaria, lo costrinse a scappare a gambe levate per andarsi a nascondere in qualche anfratto segreto) e poi aspettava, aspettava finché il sonno non lo coglieva per portarlo nel mondo dei sogni, ma neanche li riuscì ad incontrare Myrna finché lei non lo avesse voluto come era già successo in passato. 

Con il tempo, la solitudine lo rese ancora più scontroso e restio a incontrare la gente tanto che nessuno lo vide più se non in fugaci apparizioni. La sua fama divenne un po’ sinistra e la gente cominciò ad evitare di passare dalla stazione.

I bravi genitori e le maestre di scuola vietarono ai bimbi di avvicinarsi alla vecchia casa e questo rese ancora più attraente quel posto per tutti i bambini e gli adolescenti del paese. Sfidare la sorte e addentrarsi nel cortile della stazione, divenne la prova di coraggio più di moda tra i giovani maschi del luogo. Gruppi di ragazzi, armati di torce si avventurarono nella proprietà sfidando la sorte e alcuni di loro, a dimostrazione del proprio coraggio, ebbero l’ardire di cercare di superare la porta di ingresso principale, l’ultimo baluardo difensivo di Augusto, dopo del quale la sua intimità sarebbe stata violata definitivamente, ma fortunatamente, bastò l’urlo ben riuscito del vecchio ferroviere per farli scappare a gambe levate. 

Augusto non si nascose che il problema avrebbe potuto diventare fastidioso con il tempo, quindi dovette escogitare una soluzione definitiva per allontanare quei monelli dalla sua casa. Fatalmente non fu lui a trovare la soluzione ma la soluzione a trovare lui quando entrò dal suo cancelletto del giardino. La soluzione era Tobia, il cane di Goffredo.

Tramite una lettera, chiese al suo amico il permesso do potersi avvalere della compagnia dell’animale, soprattutto nelle ore notturne, quando, così scriveva, la solitudine diventava insostenibile. L’amico, che era un vero amico, non poté che acconsentire, quindi Tobia fu l’unico essere vivente che frequentò Augusto in quel periodo. Tra un pezzo di salsiccia e un altro, Augusto addestrò il cane, già intelligente di suo, a fare cose non propriamente adeguate alla sua specie. Tobia imparò a nascondersi nel giardino e a saltare furori all’improvviso per spaventare la gente, imparò a ululare come un lupo siberiano e imparò a sopportare i travestimenti che Augusto gli imponeva. Tutto questo andò avanti finché l’animale non fu pronto a iniziare la sua nuova attività di “spaventa - bambini”.

Le prime vittime furono quattro monelli di circa 10 anni che per farsi belli con le compagne di classe, giurarono che quella notte sarebbero riusciti ad arrivare fino davanti alla porta della stanza da letto del ferroviere matto. Entrati nel giardino, nel silenzio più completo, videro che il vecchio ingresso della biglietteria era rimasto aperto e quindi si diressero in quella direzione. Fatti pochi passi, un ululato agghiacciante, proveniente da qualche parte dell’oscuro giardino, li fece raggelare. Due di loro avrebbero voluto scappare se l’orgoglio non glielo avesse impedito e soprattutto la paura di venire derisi il giorno dopo a scuola, ma gli altri due, impavidamente, continuarono l’avanzata. Improvvisamente, da un cespuglio, saltò fuori una grossa figura tutta scura, con un mantello svolazzante e due protuberanze che sembravano ali. La terrificante figura emise un verso innaturale e volò (così raccontarono i ragazzi il giorno dopo) verso gli intrusi. Paralizzati dalla paura, i quattro amici, urlarono a più non posso. Come se questo non bastasse, da dietro un altro cespuglio, una vampata di fuoco illuminò la notte accompagnata da un boato come se fosse esploso uno di quei petardi che si lanciano la notte di fine anno. I giovani, già spaventati dal botto e dalle fiamme, si dimenticarono per un attimo dell’orrenda bestia che presto gli avrebbe attaccati stava per attaccarli perché qualcosa di spaventoso sembrò essere stato partorito dal fuoco stesso: una figura umana con le braccia protese verso di loro. Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso e i quattro ragazzi, presi ormai da un incontrollabile terrore, fuggirono verso l’uscita del giardino sicuri ormai di avere il diavolo alle spalle. Corsero e non si fermarono più finché non furono arrivati sani e salvi nelle loro case. 

Dopo essersi assicurato che i quattro bambocci fossero ormai lontani, Augusto spense il fuoco provocato dalla polvere da sparo che si era procurato nei magazzini dove ancora si poteva trovare del materiale usato nella vecchia miniera, poi chiamò Tobia che doveva essere ormai stufo di andare in giro travestito come un cane pagliaccio, e gli diede il più grosso pezzo di salsiccia che il cane avesse mai mangiato.

“Caro Tobia, quelli non torneranno mai più” disse rivolgendosi all’amico quattro zampe.

“Uouu, uouu” fu la risposta di Tobia che però forse aveva solo chiesto un altro pezzo di salsiccia.

In effetti le incursioni dei ragazzi del paese terminarono quella notte, la stessa notte in cui iniziò la sinistra fama di cui godette la stazione per gli anni a venire e anche quando essa fu trasformata in un albergo, con annessa spa, il luogo non perse mai la reputazione di essere un posto maledetto. Infatti, la struttura ricettiva venne chiusa e abbandonata pochi anni dopo ma questa è un’altra storia.

Torniamo di gran carriera ai giorni in cui la stazione era ancora una stazione, seppur chiusa e Augusto era ancora Augusto e viveva li.

Dopo quei fatti la vita di Augusto divenne ancora più solitaria e i fantasmi della sua mente cominciarono a occupare costantemente i suoi pensieri. Il vecchio ferroviere incominciò a non distinguere più la realtà dal sogno e il suo stato mentale, e di conseguenza quello fisico, peggiorarono costantemente. L’unica persona che ancora si occupava di lui era Goffredo che continuava a portare gli alimenti per il vecchio amico ma mai una volta riuscì a parlarci, ne tanto meno a vederlo. Matilde, dal canto suo, per qualche tempo cercò di aiutare il suo ex coinquilino offrendogli i suoi servigi di lavandaia con dei biglietti che infilava nella busta delle cibarie che Goffredo portava, ma non avendo mai avuto una risposta ne scritta, ne verbale, dopo qualche tempo rinunciò e, suo malgrado, non si fece più vedere.

Tobia fu l’unica compagnia che il vecchio uomo sembrò accettare e fu anche l’unico essere vivente a cui Augusto rivolse la parola in quei giorni. A lui raccontava tutto, i sogni e le allucinazioni di cui soffriva sempre più e il cane sembrava ascoltarlo e in quelle sue farneticazioni, forse anche con più attenzione di certi psicologi umani. Probabilmente fu proprio per quel motivo che l’anziano ferroviere non perse del tutto il senno.

Finalmente, un giorno, Myrna ricomparve nei deliri di Augusto. Questa volta non fu al ruscello o nella chiesa ma fu proprio a casa di Augusto o meglio nel suo giardino. Non passò giorno senza che lui pensasse a lei, il desiderio di poterle parlare ancora una volta fu la benzina che permise all’uomo di continuare quella vita di solitudine. La speranza di poter ascoltare ancora una volta quella voce soave fu l’ancora che lo tenne legato al mondo reale sebbene quella voce fosse originata da qualcosa o da qualcuno che di concreto aveva proprio poco.

E Myrna cantò. Cantò per lui la più bella canzone che avesse mai sentito, una canzone le cui parole partivano dall’anima di lei per andare a nutrire il cuore di lui. Tutto ciò che era stato non aveva più importanza, tutto ciò che era da venire era niente, la sola cosa che importava era la canzone, le sue parole e quella voce che come un coltello affilato, si faceva strada nelle viscere dell’uomo per andare a sanare ogni parte del suo corpo fisico ferito e della sua anima immortale lacerata. In quegli istanti, l’uomo viaggiò con la mente e con il cuore verso mete precluse ai comuni mortali, vide mondi alieni, universi sconosciuti, paradisi irraggiungibili e quando il viaggio terminò, si ritrovò ancora nel suo giardino a guardare il punto da dove la donna aveva intonato la meravigliosa canzone ma di lei non c’era più traccia. Completamente appagato, rientrò in casa e si preparò per andare a dormire con l’unico pensiero che forse in sogno l’avrebbe rivista e avrebbe riascoltato la sua voce.

E il sogno arrivò ma non fu come avrebbe desiderato.

Fu svegliato da un rumore ferroso e da un fischio da spaccare i timpani.

- Il treno! – pensò tirandosi su a sedere nel letto ancora caldo. 

- Quel maledetto treno della notte è venuto a prendersi qualcun altro. A chi toccherà questa volta? –

Augusto aprì la finestra e le persiane per guardare il binario sottostante ma la solita nebbia glielo impedì. Solo le tenue luce delle lanterne del mostro di ferro, squarciarono quella cappa biancastra rendendo ancora più sinistro il panorama vuoto che stava guardando. Lo stridio delle ganasce dei freni che mordevano le grosse ruote di acciaio gli annunciò che il treno era ormai giunto in stazione e quindi era ora che lui corresse in biglietteria per consegnare l’ultimo tagliando a qualche povero sfortunato ormai giunto all'ultimo viaggio.

Decise di vestirsi con la divisa da cerimonia per rendere omaggio allo sfortunato. Si tastò le tasche e in una di queste ritrovò il grosso fischietto rosso che il capotreno di quel convoglio infernale gli aveva lasciato. Questa volta glielo avrebbe ridato perché aveva deciso che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe collaborato, nel prossimo incubo se ne sarebbe stato a letto con due bei tappi nelle orecchie e avrebbe continuato a sognare di dormire. Il treno, il suo conduttore e tutte quelle anime infelici si sarebbero dovute arrangiare senza di lui e che se ne andassero al diavolo tutti quanti! (si pentì subito di averlo pensato).

La biglietteria era vuota, nessun cliente era in attesa del biglietto ma la macchina emettritrice fece ugualmente il suo dovere ed emise il solito grosso ticket riportante la scritta – Solo Andata –

Augusto fu felice di non avere trovato nessuno. Questa volta il treno se ne sarebbe andato con un passeggero in meno. Prese il tagliando e corse verso la banchina adiacente al binario 1 per avvisare il controllore del felice contrattempo.

Il treno sbuffava impaziente di partire, in attesa di un segnale che solo Augusto poteva dare. Nella fitta nebbia era praticamente impossibile vedere se sulla banchina ci fossero persone in attesa di salire ma, per quanto improbabile fosse quell'ipotesi il capostazione avrebbe svolto il suo dovere anche quella volta e quindi si fece a piedi tutta la banchina dalla coda, alla testa del convoglio. Inoltre avrebbe dovuto lasciare il messaggio al capo-treno.

All'altezza del vagone di testa una figura sembrò attendere proprio l’arrivo di Augusto: era il capotreno. Finalmente i due si sarebbero incontrati faccia a faccia e Augusto si era ripromesso di dirgli che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe assolto a quel triste compito. Il capotreno, quando Augusto fu abbastanza vicino, sembrò sorridere ma mai un sorriso sembrò al capostazione più triste di quello. In fondo, pensò Augusto, se l’era scelto lui quel lavoro da menagramo.

“Buona notte collega capotreno” incominciò Augusto, “questa volta vi siete fermati per niente perché non c’è nessuno che deve salire. Visto che ci siamo, le dirò anche che questa è l’ultima volta che io fischierò la partenza di questo stamaledettissimo treno, la prossima volta sognerò di starmene a letto e neanche il diavolo in persona mi farà alzare! Sono stato chiaro?”

Il sorriso del capotreno divenne ancora più triste, se questo fosse stato possibile e i suoi occhi ricordarono ad Augusto gli occhi di Myrna. Due pozzi vuoti e neri come la notte. Augusto capì chi, o meglio, cosa fosse il suo interlocutore e tutta l’arroganza mostrata fino a qualche secondo prima, svanì e si perse nella nebbia insieme alla sua sicurezza. Un brivido di ghiaccio scese lungo la colonna vertebrale del vecchio ferroviere provocando il lui un forte stimolo di orinare.

- Adesso me la faccio addosso e quando mi sveglio mi troverò il letto tutto bagnato – penso Augusto.

Probabilmente fu la voce cavernosa del capotreno a impedire che si compisse quello spiacevole inconveniente distraendo da quel pensiero il pover'uomo.

“Non si preoccupi, questa sarà l’ultima volta che dovrà compiere questo triste dovere” confermò il capotreno che poi continuò – “L’ha portato con lei il mio fischietto rosso?”

“Si ce l’ho qui nella tasca” confermò Augusto tastandoselo per avere una conferma perché nei sogni non si sa mai cosa può succedere.


“Benissimo, me lo dia pure, per favore”

“Ecco qua” disse Augusto porgendo l’oggetto all'uomo che aveva di fronte.

In quel momento dalla locomotiva un’altra voce si aggiunse alla conversazione.

“Allora, Maestro, si parte o no?” disse la voce il cui proprietario restò invisibile agli altri due per via della nebbia.

“Adesso partiamo! Appena sale l’ultimo passeggero, ti darò il via” rispose il capotreno.

Augusto si girò per vedere chi fosse quell'ultimo passeggero nominato dall'altro ma non vide nessuno, per quanto fosse possibile vedere con quella nebbia, lungo la banchina.

“Ma qui non c’è nessuno che deve salire!” fece notare il nostro amico al capotreno.

“Ho si che c’è, guardi meglio” disse l’uomo con il sorriso triste.

Augusto si girò ma non vide ancora nessuno, poi la terribile verità si fece strada nel suo cervello.

“Sono io il passeggero!” quasi gridò.

L’uomo lo guardò senza rispondere ma i lineamenti del viso risposerò per lui confermando quella tragica deduzione.

Augusto pensò che forse era giusto così, in fondo aveva chiesto tante volte a Gesù di poter morire e ora che il suo desiderio sarebbe stato esaudito, sarebbe stato scorretto da parte sua impuntarsi come faceva di solito, quindi, a testa bassa salì sul treno.

***

Ho voluto scrivere a penna questo racconto che forse nessuno mai leggerà ed ora, che sono arrivato all'ultima pagina, la mano mi si è intorpidita e mi fa un po’ male, d’altra parte l’abitudine a scrivere l’ho perduta secoli fa quando aveva ancora un senso mettere su carta i miei pensieri ma improvvisamente, dopo che ho conosciuto Augusto, me ne è tornata la voglia.

Questa è una vicenda che mi è stata raccontata, nella parti che non conoscevo, dallo stesso Augusto durante il suo ultimo viaggio.

L’ho scritta tenendo nessun'altra mano il fischietto rosso che mi è stato restituito. Un semplice oggetto ma che mi ha aiutato a ricordare i momenti condivisi con il protagonista della storia ma che potrebbe raccontare molte altre cose, tante piccole vicende come quella di Augusto.

Mi rendo conto solo ora di non essermi presentato. Il mio nome è Caronte e sono un capotreno.

Prima o poi mi conoscerete, quando prenderete il vostro “ultimo treno”.

Fine


Nota dell'autore:

Qui finisce questo corto racconto che ho scritto interamente durante i noiosissimi viaggi in treno per recarmi al lavoro da casa e viceversa (da qui l'idea del treno della morte).
E qui ne approfitto per scusarmi con voi per i numerosi errori che avrete trovato. Purtroppo anche la revisione porta via il suo tempo e se poi la fa lo stesso autore, allora sono guai: gli errori spesso non vengono neanche notati.

E' stato divertente immaginarmi un paese e i personaggi di pura invenzione e collocarli nel centro Italia in un periodo che potrebbe essere quello del dopo guerra.

Spero che i ai pochi pazzi che mi hanno seguito in questo viaggio narrativo, il racconto sia piaciuto. 

Se gradite anche lasciare commenti saranno bene accetti, sia positivi che negativi (questi ultimi che siano costruttivi, però, perché gli insulti non mi sono mai piaciuti, come anche quei commenti senza capo ne coda come quello che mi hanno fatto e che non ho ancora capito bene se fosse positivo o negativo (credo negativo) ma che di sicuro non mi aiuterà a migliorare nello scrivere.
Grazie a tutti per la vostra pazienza e vi aspetto per il prossimo racconto.

Massimo Antinori 

Nessun commento:

Posta un commento