giovedì 19 settembre 2013

L'ultimo treno - Capitolo 6

Capitolo 6 - Un treno nella notte


Quando si parla della “Guerra dei forni” si parla della più grande faida familiare nella storia del paese. Una faida iniziata tantissimi anni prima quando di forno ce ne era solo uno: Il forno Borghi.

Ubaldo Borghi, panettiere, aprì la sua bottega quando la miniera era in piena produzione e il paese poteva essere quasi considerato una città. Ubaldo era sposato con Concetta Pasinato, sua ex compagna di studi ai tempi in cui insieme frequentavano l’istituto alberghiero “Frate Ugo”.


Finita la scuola decisero di continuare ad essere compagni ma questa volta di “vita” e che il pane sarebbe stata la loro fonte di sostentamento sia alimentare che economico, quindi cercarono un luogo in cui una panetteria avrebbe reso una fortuna.
La scelta cadde sul paese di Augusto e i due si trasferirono li dove aprirono il loro piccolo negozietto dotato di un grande forno.
Le cose andarono bene per qualche anno, visto che il pane tutti lo devono comprare ma anche le loro torte furono molto ricercate senza parlare poi dei loro cannoncini alla crema che erano una bontà ma come si sa, tutto ha una fine e se non si sta attenti la fine può arrivare prima di quanto non ci si aspetti.
A conferma di questa verità, venne il giorno in cui Concetta trovò Ubaldo nel magazzino delle farine in compagnia di un’altra signora e di certo non era li per vendere della merce. La signora Borghi, presa da un attacco isterico cominciò a lanciare sacchi di farina da tutte le parti cercando di colpire i due amanti che, vestiti di nulla, correvano come topi impazziti cercando un riparo che li avrebbe temporaneamente salvati dalla pazza. Fortunatamente la donna riuscì a trovare la porta di uscita, l’oltrepassò in un lampo per finire in strada vestita della sola farina. I pochi passanti che la incrociarono per strada urlarono per lo spavento credendola un fantasma.
Da quel giorno nacque la leggenda del fantasma della donna nuda che si aggira per il paese durante le notti senza luna in cerca del suo amante perduto e ancora oggi c’è qualcuno che giura di averla vista soprattutto se è appena uscito dal bar “Nazionale”.
Ubaldo e Concetta si separarono in malo modo e lei, per dispetto, aprì un altro forno dall'altra parte del paese: il Forno Pasinato. Le due panetterie si fecero una concorrenza spietata per anni, non facendosi mancare anche dei dispettucci molto, molto fastidiosi.
Ubaldo si risposò e quindi anche Concetta, per non essere da meno, decise di sposarsi anche lei, solo per fargli dispetto e quando lei ebbe la prima figlia, lui, per rendergli la pariglia, si mise di impegno con la propria moglie per avere un figlio. Gli anni passarono.
Ubaldo e Concetta morirono di vecchiaia, litigando per chi dovesse morire prima, lasciando in eredità ai figli le botteghe e anche l’astio fra le due famiglie.

Ai tempi d Augusto il forno Borghi era gestito da Ignazio Borghi, figlio di Ubaldo, mentre il forno Pasinato era gestito da Ercole Passini, secondogenito di Concetta e come potete immaginare, Ignazio ed Ercole di certo non si amavano.
A volte il destino sa essere beffardo perché nonostante l’acredine esistente fra le due famiglie, fece in modo che fra due dei loro figli sbocciò l’amore. I due figli in questione erano Ettore, figlio di Ercole e di Eleonora, figlia di Ignazio.
I due ragazzi si conoscevano sin dai tempi dell’asilo ma non poterono mai consolidare in amicizia la simpatia che avevano sempre provato l’uno per l’altra fino a quando presero la decisione di fregarsene delle regole familiari e presero a vedersi di nascosto tutte le volte che fosse stato loro possibile. Inizialmente, quando erano ancora fanciulli, come compagni di gioco, poi, da adolescenti, come confidenti e infine da adulti, come fidanzati.
Ogni luogo e ogni momento era buono per organizzare un incontro, l’unica precauzione da prendere era quella di non farsi scorgere da nessuno. In sostanza i loro incontri si svolgevano quasi sempre di notte e nei luoghi più strani.
Tutto questo fino a quando non accadde qualcosa che cambiò la loro vita e quella delle loro famiglie.

Era tempo di festa in paese. L’occasione fu la festa patronale che come ogni anno richiamava in paese gente forestiera, commercianti e artisti provenienti da tutte le parti.
Quell'anno ci fu una grande novità: dalla Svizzera arrivò un tizio con un pallone volante che chiamava “mongolfiera”. Questo pallone, come supportato da una grande magia, si librava nell'aria trattenuto solo da delle grosse funi che lo ancoravano al terreno.
Grande fu la meraviglia per la gente del posto che per pochi spiccioli avrebbe potuto provare l’ebbrezza di salire su quella specie di luna volante. Al pallone era infatti attaccato un grande cesto che poteva contenere fino a quattro persone contemporaneamente.
I più coraggiosi tentarono l’impresa e salirono su quella strana cosa volante che comunque sarebbe rimasta sempre ancorata a terra per garantire la sicurezza dei turisti.
Ettore e suo fratello gemello, Achille, furono tra i primi a provare quella specie di giostra volante e ne rimasero entusiasti, tanto che quando scesero raccontarono a tutti delle meraviglie che avevano potuto vedere da lassù, dove solo gli uccelli potevano arrivare.
Fu durante quell'ascensione che a Ettore venne un’idea, un pensiero folle che, forse, sarebbe stato meglio che non gli fosse venuto.

La mongolfiera di notte veniva abbassata quasi a livello del suolo senza mai arrivare a toccarlo, questo perché in caso di burrasca sarebbe stato semplice tirarla al suolo ma, in circostanze normali, non sarebbe stato agevole salirci se non autorizzati.
Ettore e la sua fidanzata arrivarono quando ormai tutti se ne erano andati o a bere al bar o a dormire nelle proprie case, compreso lo svizzero proprietario della mongolfiera che si era unito alle autorità del paese per una colossale bevuta per i festeggiamento al il Santo Patrono.
Grazie alle straordinarie capacità atletiche di cui Ettore era dotato, il ragazzo riuscì ad arrampicarsi lungo la corda che ancorava l’aeromobile a terra. Da li, fece calare la scaletta di corda fino al suolo in modo che anche Eleonora potesse salire.
Sarebbe stata una notte felice per i due ragazzi, soli lassù tra le stelle (anche se solo a tre metri da terra) se il caso non avesse voluto, ancora una volta, metterci lo zampino.

Amilcare Pastore portò le sue capre in paese perché stufo di starsene tra i bricchi a guardare solo le stelle e le sue compagne cornute.
Venuto a sapere della sagra paesana, decise di tornarsene in paese portandosi dietro capre a cavoli (quest’ultimi solo metaforicamente).
L’unico campo in cui avrebbe potuto “parcheggiare” il gregge era proprio il vasto campo in cui era stata posizionata la mongolfiera, cosa di cui lui non si accorse a causa del buio della notte.
Lasciate le capre si diresse verso il bar da cui provenivano le forti grida di festa e la musica da ballo.
Si sa che le capre mangiano qualsiasi cosa capiti loro a tiro e quelle di Amilcare non fecero eccezione, inoltre è noto che le capre siano ghiotte di canapa che, guarda caso era lo stesso materiale di cui erano fatte le funi di ancoraggio del pallone e in ultimo è matematicamente sicuro che una corda mangiata diventi una corda rotta e quindi non più utile alla sua funzione.
Al primo cedimento di una delle funi, il cestello si imbarcò tutto su un lato aiutato dai due ragazzi che, perdendo l’equilibrio, squilibrarono ulteriormente il cesto; si sarebbero di certo ribaltati se le capre non avessero fatto un ottimo lavoro mangiando le restanti corde quasi in contemporanea come se ci fosse in atto una gara tra loro.
Perso ogni ancoraggio, il pallone salì verso le stelle incominciando il viaggio che lo avrebbe condotto dove i capricci dei venti avrebbero deciso.
Solo le capre e qualche cane udirono le urla di aiuto dei ragazzi in balia dei venti, tutti gli altri, ancora presi dai festeggiamenti, non si accorsero di nulla e solo il mattino dopo, lo svizzero puntuale come al solito, prese atto che il pallone se ne era andato senza di lui e pensò che fosse stata una cosa disdicevole da parte sua.
La scomparsa di Matteo ed Eleonora non fu mai associata alla sparizione della mongolfiera e quindi rimase un mistero per tutti.
La famiglia Borghi e la famiglia Pasinato/Passini, per la prima volta dall'inizio della guerra dei forni, misero da parte le loro storiche controversie, per unirsi prima nelle ricerche e poi nel dolore per la scomparsa dei loro amati ragazzi il cui destino è rimasto celato a tutti, anche al sottoscritto per cui sarà inutile che mi chiediate notizie di loro.

Augusto conosceva i proprietari di entrambi i forni perché, dopo la sua convalescenza, cominciò a frequentarli alternativamente, non sapendo decidersi su quale facesse il pane migliore.
Da quelle frequentazioni venne a conoscenza della triste storia delle due famiglie e questo consolidò in lui la convinzione che in fondo il suo dramma fosse nulla rispetto a quello di altri sfortunati compaesani.
Sentendosi solidale con loro divenne un buon amico sia di Ignazio, sia di Ercole.
Fu proprio in questo periodo che cominciarono i primi sintomi del male, se così vogliamo chiamarlo, che angustiò Augusto nei restanti anni della sua vita.

 ---

Un forte rumore squarciò il silenzio della notte fonda.
Achille aprì un occhio mentre l’altro continuò a dormire.
Nel buio totale della stanza anche l’occhio sveglio servì a poco all'ex ferroviere ma le orecchie funzionarono benissimo e quel rumore proveniente dall'esterno  così forte da svegliare un orso in letargo e così bello da poterlo stare ad ascoltare per ore, lui lo conosceva perfettamente, un rumore che aveva sempre amato, un rumore di cui l’avevano privato. Il rumore di un treno.
Anche l’altro occhio si svegliò.
In un lampo si alzò in piedi e aprì la finestra. Fuori il buio era totale e una densa nebbia nascondeva ogni cosa tanto da non riuscire a vedere la banchina sottostante.
Il rumore, con la finestra aperta si fece più intenso e dal punto da cui proveniva, due fasci di luce tentarono di squarciare la spessa coltre che copriva ogni cosa.

“ E’ veramente un treno!” pensò Augusto trattenendo il respiro per la gioia.

Senza perdere tempo per vestirsi, indossò solo il cappello da capostazione e prese la paletta, poi si lanciò lungo le scale per farsi trovare pronto, al suo posto, dove era sempre stato nel momento in cui i treni si fermavano nella sua stazione.
Passando davanti alla vecchia biglietteria, notò che la luce era accesa e che un uomo era in attesa di fare il biglietto.
Tutto il suo essere avrebbe voluto ignorarlo e correre sul marciapiede del binario 1 per assistere all'arrivo del convoglio ma il suo senso del dovere gli impose di servire prima il passeggero che aveva bisogno del documento di viaggio.
Quando si avvicinò all'uomo si accorse di conoscerlo, era Ercole Passini e fu molto sorpreso di trovarlo li a quell'ora di notte.
Si chiese chi avrebbe fatto il pane per il giorno dopo.

“Buongiorno Ercole o per meglio dire buonanotte, dove devi andare a quest’ora della notte?” gli chiese mentre andava a sistemarsi davanti al banco della biglietteria.

“Ciao Augusto, veramente speravo che potessi dirmelo tu. Mi hanno chiamato e mi hanno detto che avrei dovuto partire. Mi hanno detto di correre alla stazione perché il treno stava per partire. Io stavo facendo il pane e … non so che dire. E’ tutto così strano.”

In quel momento la macchina emettritrice dei biglietti prese a funzionare in completa autonomia e sputò un ticket con scritto – Solo Andata – e - Achille Passini -.
Augusto non si fece troppe domande, dopotutto aveva fretta di andare al binario, e consegnò il biglietto all'amico senza neanche farsi pagare nulla. 

“Ecco qui, adesso corri che il treno è arrivato” gli disse.

Il diretto era in attesa al binario 1. La nebbia e il buio rendevano i suoi contorni sfuocati come una fotografia mossa.
Dall'interno  le fioche luci, coloravano la nebbia di uno sporco colore giallastro e permettevano di scorgere le sagome dei molti passeggeri che occupavano quasi ogni posto a disposizione. Le loro facce sembrarono ad Augusto molto tristi ma forse era il sonno a renderle così.
Augusto e Achille arrivarono di corsa e l’ex ferroviere si affrettò al aprire lo sportello del vagone più vicino a loro.

“Ecco, sali e fai buon viaggio dovunque tu vada” disse Achille sorridendo all'amico.

“Grazie amico. Aspetta … Ho qui una cosa per te” rispose Achille frugando una sacchetta che aveva a tracolla. “Una pagnotta; è quella che stavo tirando fuori dal forno nel momento in cui mi hanno chiamato. Prendila tu, tanto non penso che mi servirà la dove devo andare”

Augusto prese la pagnotta e la depose su una panca li vicino.

"Grazie e ancora buon viaggio”

Chiuse lo sportello e cercò nella tasca il fischietto per dare il via libera ai macchinisti ma il suo pigiama non aveva tasche, era sceso senza divisa e senza fischietto. Adesso avrebbe dovuto tornare nel suo appartamento a prenderlo.
Dal finestrino del vagone vicino a lui, Achille lo chiamò.

“Augusto, ho una cosa per te. Il capotreno mi ha detto di dartelo”

Il suo amico si stava sporgendo dal finestrino e nella mano teneva stretto un grosso fischietto rosso.
Augusto, prese l’oggetto e anche stavolta, senza farsi troppe domande, fischiò.
Il treno, sbuffando, prese a muoversi lentamente come fosse un pachiderma stanco ma dopo pochi istanti scomparve dalla vista come se non fosse mai stato li.

Augusto aprì gli occhi, ora era nel suo letto e la luce del giorno filtrava dalle imposte ancora chiuse. Si alzò e andò ad aprirle.
Qualcosa gli attanagliava lo stomaco ma si costrinse a procedere anche se già sapeva che quello che avrebbe visto al di fuori della finestra gli avrebbe fatto male.
I binari del treno erano li dove erano sempre stati ma l’erba che li copriva confermò il dubbio che aveva angosciato Augusto al suo risveglio. Era stato tutto un sogno. Nessun treno si era fermato quella notte e nessun treno si sarebbe mai più fermato nella sua stazione.
Preso della malinconia, si recò in paese come faceva ormai ogni giorno da quando era uscito dalla depressione in cui era caduto tempo prima ma quella volta tutti i progressi compiuti sembrarono parte anche loro di un sogno che con la mattina viene poi dimenticato.
Augusto ripensò ancora una volta alle disgrazie capitate ai suoi amici e come sempre, questo gli servì per capire che in fondo i suoi problemi non erano che sciocchezze e il morale riprese quota.
Decise che per colazione si sarebbe preso una bella focaccia e quindi si recò dal fornaio di turno. Oggi sarebbe toccato al forno Pasinato.
Strada facendo pensò che avrebbe raccontato il sogno avuto quella notte a Ercole perché in fondo era stato lui il vero protagonista.
Arrivato di fronte alla bottega notò che la saracinesca era ancora abbassata e la cosa gli sembrò strana visto che i fornai lavorano di notte e alla mattina aprono molto presto.
Sulla saracinesca trovò un biglietto con scritto: Chiuso per lutto. Un groppo in gola gli impedì di respirare per qualche secondo. Conosceva tutta la famiglia del fornaio e chiunque di loro fosse deceduto sarebbe stato per lui un duro colpo. Pensò anche, tirandosi un po’ su di morale, che magari il morto o la morta potesse essere una loro parente di cui lui non sapeva nulla.
Alla fine decise di andare al “Nazionale” per chiedere notizie.
Si era appena avviato che una voce sommessa e piagnucolosa lo fece fermare. 

“Poverini, poverini” disse la voce.

Augusto si guardò in torno e vide una donna anziana sporgersi dal balcone e capì che la voce piagnucolosa era proprio la sua.

“Povera donna, poverini tutti”

“Buona donna, cosa è successo?” le gridò dalla strada.

La donna interruppe la sua litania e guardò l’uomo che l’aveva interrogata come se l’avesse visto solo in quel momento.

“E’ morto, è morto” gli rispose.

“Chi è morto?”

“Ercole Passini, il fornaio. Povera donna, poverini tutti”

“Come ha detto? Ercole è morto?” La voce di Augusto divenne stridente mentre faceva quelle domande.

Il groppo tenuto a bada pochi minuti prima ebbe la meglio e tornò alla ribalta.

“ Si signore. E’ morto nel sonno questa notte. Una bella morte in fondo ma …. Povera donna, poveri tutti, come faranno adesso?”

Augusto non ebbe più la forza di parlare con la vecchia. Con le spalle incurvate dal dolore si avviò per far ritorno a casa ma dovette fermarsi in un angolo per vomitare la focaccia che non aveva ancora mangiato.
Ma come era possibile che fosse morto, pensò, l’aveva visto un paio di giorni prima e l’aveva trovato in ottima forma e poi … l’aveva sognato quella notte stessa.
A quel pensiero i brividi cominciarono a corrergli per tutto il corpo, sentì i capelli rizzarsi sulla testa e i peli delle braccia divennero rigidi come le setole di una spazzola.

“Mi ha salutato” pensò “ E’ venuto a trovarmi nel mio sogno per dirmi che se ne stava andando. Ha .. ha preso anche il biglietto”. Dopo il vomito fu il turno del pianto.

Arrivato alla stazione, non se la sentì di salire in casa, quindi decise di andarsi a sedere sulla panchina del binario 1 per cercare di calmarsi.
Le immagini del sogno continuavano ad intrufolarsi nei suoi pensieri e il volto di un Ercole sorridente galleggiava nell'aria ovunque lui guardasse.
Lo sguardo gli cadde sulla panchina che ora stava di fronte a lui.
Un oggetto allungato era appoggiato su di essa.
Augusto ci mise un po’ a capire cosa fosse, poi quando lo guardò meglio il mondo gli crollò addosso e si accasciò a terra come un sacco vuoto.

L’oggetto che aveva visto sulla panchina era una grossa pagnotta.



Nessun commento:

Posta un commento