giovedì 5 settembre 2013

L'ultimo treno - Capitolo 4



Capitolo 4  -  La schedina

Nessuno vide più Augusto per circa 10 giorni, dopo gli accadimenti di cui abbiamo parlato nello scorso capitolo. Goffredo avrebbe voluto andare a trovarlo già dopo qualche giorno ma quando si diffuse la notizia dello sfratto e della nuova destinazione dell’area della stazione, non ne ebbe più il coraggio  conoscendo il carattere dell’amico. Dopo 10 giorni, ogni preoccupazione per un eventuale brutta reazione di Augusto passò in secondo piano e i suoi amici cominciarono a preoccuparsi seriamente per l’ex ferroviere.


Una squadra composta da Goffredo, Giovanni e dal cane Tobia che da buon San Bernardo aveva sempre al collo la miglior medicina del mondo, partì per scoprire cosa fosse successo ad Augusto.

Non fu difficile trovarlo visto che era ancora nello stesso posto dove l’abbiamo lasciato noi, cioè seduto sul letto con ancora la lettera delle ferrovie in mano. Evidentemente non prese mai la decisione su cosa fare. Le sue condizioni sembrarono a tutti disperate, anche al cane che cominciò ad ululare come fosse Zanna Bianca. In un battito di ciglia fu chiamata l’ambulanza e il pover'uomo fu presto ricoverato all'ospedale principale della città.

Quello che salvò Augusto fu il brutto tempo. Non ci credete? Invece fu proprio l’incessante pioggia che cadde nelle settimane successive al matrimonio a salvare la vita all'uomo e grazie a lei, io ora posso continuare a scrivere questa storia e voi a leggerla.

Come vi ho già detto la stazione era ormai ridotta ai minimi termini, aveva i muri scrostati, l’erba cresceva in ogni dove e il tetto aveva più buchi dell’ottimo formaggio elvetico. Il caso volle che uno di questi buchi fosse proprio sopra al letto dove si era seduto Augusto e dal piccolo buco, prima una timida goccia, poi un’altra, poi una famiglia intera di gocce che presto si trasformarono in un copioso rivolo, caddero esattamente in faccia ad Augusto. Quest’acqua benedetta permise all'uomo di dissetarsi durante il periodo in cui non mosse un muscolo, quasi si fosse trattata di una flebo naturale. Le condizioni disperate in cui fu trovato non furono quindi dovute a disidratazione ma solamente alla mancanza di nutrimento.

L’ex ferroviere restò in prognosi riservata per quasi una settimana perché i medici non furono tanto sicuri di poterlo salvare e lo stato comatoso in cui era caduto non  prometteva niente di buono ma i suoi amici non si abbatterono e continuarono ad andare a trovarlo sistematicamente, come Goffredo, il quale passava in ospedale intere giornate pur di stare lontano dalla moglie, Attilio il barista lo si poteva trovare quasi ogni mattina quando il Nazionale era ancora chiuso, il Dott.Edmondo che spiegò ai medici dell’ospedale le motivazioni dell’apatia del paziente e anche Ugo il tuttofare che approfittava delle visite al suo amico per raccogliere “ordinazioni” per qualche lavoretto da fare a casa delle infermiere o delle dottoresse. Ci furono altri due personaggi che non si risparmiarono nell'andare a trovare il nostro amico ma di loro ne parlerò tra poco.

Nella seconda settimana si incominciarono a vedere dei timidi miglioramenti e la prognosi fu definitivamente sciolta: Augusto sarebbe guarito almeno nel fisico se non nello spirito. Passò ancora qualche giorno e finalmente il paziente pronunciò le sue prime parole al cospetto dell’ausiliare che stava portando il pranzo ai pazienti.

“Ma quel carrello è come quello che si usa sui treni per portare le vivande! E’ bellissimo” disse strascicando le parole.”

 L’ausiliare rimase basita e l’unica cosa che riuscì a dire fu:

“Si, è proprio uguale” poi corse ad avvisare i medici che il paziente della stanza 307 aveva parlato.

I progressi fisici si susseguirono nei giorni successivi ma il morale di Augusto rimase sulla linea di partenza come un cavallo scontroso che non ne vuole sapere di partire. Fu il pensiero che lo avrebbero cacciato da casa sua a tormentarlo nel profondo.

Come dicevo prima ci furono altre due persone, oltre ai soliti amici, che lo aiutarono molto in questo senso: la signora Matilde Tildelti di professione lavandaia e soprannominata “Eco” non perché fosse particolarmente ecologica ma perché il suo nome e il suo cognome richiamavano l’eco che si sente nelle valli – Matilde – tildel –ti .., e l’altra persona fu Gasparre Loparo di professione portiere del palazzo comunale del paese.

La signora Eco aiutò l’uomo materialmente, lavandogli i pigiami e la biancheria gratuitamente e riportandogliela pulita e l’aiutò spiritualmente portando nella triste stanza d’ospedale il profumo e l’allegria della primavera. Era una zitella solare, troppo indipendente e intraprendente per essere presa di mira dai maschi bifolchi del paese, quindi tutti si meravigliarono quando mostrò interesse per il principe dei bifolchi che era proprio Augusto.

Gasparre, dal canto suo, aiutò l’ex ferroviere perché in qualche modo anche lui aveva già affrontato un destino avverso e ne era uscito, se non da vincitore, almeno da sopravvissuto. Il portiere si sentì in dovere di andare a trovare molto spesso Augusto per cercare di tirarlo su di morale e fu in quelle occasioni che gli raccontò la sua storia.

Portiere, figlio di portiere, era praticamente sempre vissuto nel palazzo comunale, prima con il padre vedovo e poi come figlio orfano quando il padre morì. Il suo lavoro non si limitava a stare in portineria, egli si occupava anche dell’infrastruttura dell’intero palazzo comunale, quindi le sue giornate al lavoro erano molto, molto lunghe e di tempo per se stesso non ne rimaneva molto. L’unico svago che si concedeva era quello di ascoltare alla radio le partite di calcio, e quello di giocare la schedina del totocalcio al Sabato.

Le mansioni di cui si doveva occupare erano veramente troppe, quindi, un giorno gli fu assegnato un aiutante: Silvio. Silvio era un nano a cui nessuno voleva dare un lavoro, ne nella miniera ne altrove. Il prete, su sollecitazione di alcune pie signore, andò dal sindaco per chiedere di trovare qualcosa da far fare allo sfortunato ragazzo e fu così che le strade di Gasparre e del nano si incrociarono determinando il destino dell’uno e dell’altro.

Silvio, probabilmente a causa dell’emarginazione subita fino ad allora, non era particolarmente simpatico, anzi dai più era definito una persona cattiva, ma Gasparre, di cuore particolarmente buono, non ebbe problemi ad accettarlo come aiutante e cercò sempre di trattarlo da amico senza però essere ricambiato dall'altro a cui le attenzioni del portiere sembrarono dare addirittura fastidio.

Come ho detto in precedenza, l’unica passione del portiere era il calcio, quindi la Domenica era dedicata almeno nel pomeriggio a questo sport, prima con l’ascolto della radio, poi con il controllo della schedina e fu proprio durante uno di questi controlli che Gasparre rischiò di rimanerci secco quando scoprì di aver fatto 13. Il respiro gli si fece affannoso e un formicolio diffuso si propagò dalle estremità inferiori e superiori fino a coprire tutti gli arti. Con l’infarto alle porte, l’istinto di sopravvivenza gli consigliò di calmarsi e allora incominciò a pensare che il suo sarebbe stato sicuramente uno dei tanti 13 di quella Domenica e quindi non avrebbe vinto molto, che magari aveva sentito male o il giornalista aveva commesso un errore e che comunque non valeva la pena morire per una vincita. Il respiro affannoso comincio a placarsi e anche gli altri sintomi si attenuarono e finalmente incominciò ad affiorare la soddisfazione di aver vinto  (forse) qualcosa per la prima volta nella sua vita.

Come ogni Domenica, alla sera aveva l’appuntamento con la “Domenica Sportiva” che avrebbe visto, come la stragrande maggioranza degli uomini del paese, al Nazionale. Questa volta aveva un motivo in più per non perderla: voleva sapere quanto avrebbe vinto (forse). Il bar era già gremito di persone perse nella nebbia dovuta al fumo delle sigarette e dove c’era la TV la zona era ancora più affollata. Salutò gli amici ma  decise di non dire niente a nessuno sia per una forma di scaramanzia, sia perché, nel caso avesse fatto la “botta”, la segretezza sarebbe stata l’unico rimedio per evitare l’assalto degli avvoltoi e delle iene del paese. Si sistemò fronte schermo con un bianchino nella mano e sentì, ancora una volta, il suo cuore accelerare i battiti. Quando il giornalista  confermò il suo collega del tardo pomeriggio e aggiunse che c’era stato un solo 13, Gasparre conobbe un nuovo sintomo: il sudore freddo. Comincio a colare dalla fronte e scese per tutto il suo corpo.

“Sono milionario” continuava a pensare “sono ricco”.

Ettore, uno degli avventori notò l’estremo pallore e si preoccupò per lui.

“Goffredo cos'hai? Non stai bene?” chiese cortesemente

“Le cozze, sono state le cozze!” fu la prima cosa che gli venne in mente di dire, quindi, bianco in volto, con le mani tremanti e con passo malfermo decise di tornare a casa ma prima c’era una cosa che doveva assolutamente fare: doveva assicurarsi di mettere al sicuro il prezioso pezzo di carta e quale posto era più sicuro della piccola cassaforte della sua portineria?

Senza dare nell'occhio si diresse al palazzo comunale e fortunatamente non incontrò nessuno. Anche all'interno il palazzo era deserto e quindi si recò subito verso la cassaforte. Messo in sicurezza il prezioso tagliando tornò a casa a sognare il suo futuro.

Quello che il povero Gasparre non poteva sapere è che il palazzo non era propriamente deserto, qualcosa di infido si era nascosto nell'ombra  e i rumori provocati da Gasparre avevano attratto al sua attenzione. Due occhietti malevoli e ubriachi avevano osservato tutta la scena da sotto la scrivania: i due occhi appartenevano a Silvio che, come spesso accadeva, si ottenebrava il cervello con l’alcol per non pensare alla sua triste vita e per farlo si rifugiava nell'unico posto sicuro che conosceva: il palazzo comunale. Come potete immaginare, il nano se pur ubriaco perso, capì immediatamente il significato delle mosse del suo collega e quando quest’ultimo se ne andò, aprì la cassaforte (conosceva perfettamente dove Goffredo teneva scritta la combinazione per eventuali emergenze), prese la schedina e sparì dal paese in men che non si dica.

Gasparre, scoperto il furto, fu sopraffatto dalla disperazione e tentò il suicidio un paio di volte. Poi l’odio per se stesso si trasformò in odio per il nano e giurò al mondo che lo avrebbe trovato anche se si fosse rifugiato in cima all'Everest o in fondo alle fosse delle Marianne e quando lo avrebbe trovato lo avrebbe rimpicciolito ancor di più tanto da portargli il sedere all'altezza della faccia. In realtà non fece nulla di tutto questo perché non ebbe mai il coraggio di avventurarsi per il mondo. L’unica cosa che si sentì di fare fu quella di denunciare ai carabinieri il furto ma anche in questo caso ebbe poca soddisfazione perché i militari gli dissero che anche se lo avessero travato, come si sarebbe potuto dimostrare che la schedina non fosse stata compilata dallo stesso Silvio?

Questa triste storia ebbe il sopravvento sulla tristezza di Augusto che provò pena per le traversie e le ingiustizie subite dal suo nuovo amico. Cos'era uno sfratto in confronto a quello che aveva subito lui?

Giorno dopo giorno il suo morale salì dal pozzo dov'era precipitato e quindi arrivò finalmente il tempo di lasciare l’ospedale e tornarsene a casa, almeno finché aveva ancora una casa. Si, perché anche se la tremenda depressione se ne era andata, il pensiero di essere un inquilino non più gradito non lo abbandonò mai nei giorni successivi la dimissione dall'ospedale.

La signora Tilde continuò a lavare i panni all'ex ferroviere e le sue visite alla stazione diventarono sempre più frequenti tanto che la gente cominciò a chiedersi cosa avesse mai da lavare uno che indossa sempre la stessa divisa. Durante una di queste visite, Augusto si confidò con la buona donna.

“E’ ancora presto per parlarne” incominciò a dire “ ma proprio non so dove potrò andare quando lo sfratto sarà definitivo. In albergo non se ne parla perché con la pensione che mi ritrovo … e affittare un piccolo appartamento sarebbe forse peggio. Dovrei trovare qualcuno che abbia una stanza da dare a un poveretto … “

“Io ce l’ho!” lo interruppe la signora Eco arrossendo vistosamente.

“Oh buona donna, conosci qualcuno che avrebbe una stanza?”

“Si, cioè no … è che ce l’avrei io una stanza ma non pensi male, per l’amor del cielo, le farei pagare una piccola cifra”

Augusto rimase di sasso. Cosa si sarebbe detto in paese se fosse andato ad abitare in casa della zitella più zitella che c’era? Comunque la sua buona educazione gli fece rispondere:

“Cara Tilde, la ringrazio per la sua generosità e quando sarà il tempo, prenderò in considerazione la sua generosa offerta”

Disse questa frase ma intanto ne pensò un’altra:

“ E mo che fo ?”    

                            

  

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