sabato 3 agosto 2013

Un corto racconto ... perchè anche scrivere è "fatto in casa"



AMICI



Una mattina di ottobre, lattiginosa e incerta, di quelle che soltanto verso le nove riescono a sembrare mattinate e non crepuscoli, ero in piazza a Orta, appena uscito da un albergo dove avevo passato la notte. Era domenica, la piazza deserta, le foglie immobili, il lago un globo di nebbia. L’isola di S. Giulio era invisibile. Da una grossa macchina arrivata silenziosamente sotto le piante uscì un uomo, poi una donna, e uno per volta altri tre uomini che cominciarono a scaricare borse e involti dai quali sporgevano verdure, fiaschi e bottiglie.





Senza una parola il gruppetto cominciò a montare quello che sembrava un banco da mercato. Quattro pali sorreggevano un tendone, sotto il quale correva un grande bancone in legno. Rimasi a osservarli assorto, fumando una sigaretta, il cui fumo acre si confondeva con la nebbia circostante.

Doveva essere giorno di mercato in paese. Di lì a poco la piazza si sarebbe riempita di colori, voci e odori diversi. Non avevo mai amato le folle. Solitario di natura, prediligevo la calma e la tranquillità. Siccome volevo evitare di rimanere imbottigliato tra bancarelle varie, decisi che avrei fatto un salto alla spiaggia.

Un movimento mi distrasse.
Un bambino, sbucato da una via secondaria, si era lentamente avvicinato alle borse, abbandonate accanto alla macchina. Fulmineo, aveva afferrato una mela e si era dato alla fuga, dirigendosi verso un vicolo. Prima di sparire fra l’intrico di case, si voltò per controllare di non essere seguito. Fu allora che i nostri sguardi si incontrarono. Le sue iridi, di uno spettacolare azzurro, si spalancarono nel constatare di essere stato visto. Silenziosamente, senza scollarmi gli occhi di dosso, si dileguò tra le ombre. Il gruppetto, intento nel suo lavoro, non si era accorto di nulla.

Rimasi lì seduto, sentendomi uno spettatore indesiderato. Non mi era nemmeno passato per la mente di denunciare il bambino. Non raggiungo questi livelli di cattiveria, ma quella scena mi aveva messo tristezza. Mi aveva ricordato il periodo in Afghanistan, dove ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza. Avevo visto bambini tentare di derubare gli alti ufficiali dell’esercito – e in molti casi riuscirci – non mi sarei certo scandalizzato per un ladruncolo qualunque.

Lasciai cadere la sigaretta a terra e mi alzai. Lentamente attraversai la piazza, passando accanto al gruppo di sfortunati fruttivendoli, che mi salutarono con un sorriso. Ricambiai gioviale. Una mela in meno non li avrebbe certo danneggiati.

Mi incamminai nella via principale, deserta a quell'ora del mattino. Le case mi guardavano buie e silenziose da entrambi i lati della via. Un cane, probabilmente un randagio, sonnecchiava all'angolo di un palazzo. Il pelo chiaro ricoperto di macchie di fango. In Afghanistan tenevamo un cagnolino alla base, un vagabondo che ci aveva adottato. Lo chiamavamo Pulce, perché ne era ricoperto. Lo perdemmo durante uno degli attacchi, quando cominciarono a volare le mine. Non tornò più.

Continuai a camminare seguendo la strada.

All'inizio era solo una sensazione, ma più proseguivo più percepivo con chiarezza la presenza di qualcuno che mi seguiva. Non udivo i suoi passi, ma sentivo i suoi occhi piantati nella schiena. Una sensazione inquietante che mi innervosiva.

Per un po’ finsi di non notarlo, continuando a procedere con naturalezza. Ma all’improvviso mi voltai, così velocemente che non fece in tempo a nascondersi.

-Ti ho visto!- esclamai, verso la macchina dove si era riparato.

Nessuna risposta.

-Esci non ti faccio niente!- dissi ancora, avvicinandomi alla Toyota con passi misurati.

Lentamente il mio amico ladro emerse da dietro il cofano dell’auto. Sul viso di bimbo un’espressione diffidente, gli occhi stretti in due fessure. Avrà avuto all’incirca 10 anni. Aveva un fisico magro –se non scheletrico – la pelle chiarissima e i capelli rosso fuoco.

-Perché mi segui?- gli chiesi, con voce gentile ma chiara.

-Non la sto seguendo … - replicò lui. Aveva una voce profonda, ma ancora infantile.

-No …? – inarcai le sopracciglia ironico.

Lui strisciò un piede a terra, imbarazzato. Notai che in mano stringeva ancora la mela.

-Perché non ha detto che ho … ho … -

-Rubato la mela?-

Annuì piano, scrutandomi con uno sguardo intenso.

-Perché è evidente che stai morendo di fame. - con la testa allusi al suo ventre troppo piatto.
Lo sorpresi. Rimase a guardarmi incredulo per quella che mi parve un’eternità, fissandomi con quegli occhi inquietanti e la bocca socchiusa.

-Bene – dissi con noncuranza – io vado … - detto questo, feci marcia indietro e continuai la mia passeggiata.

Ma non da solo.

Quel dannato bambino mi seguiva in continuazione. Ogni volta che mi giravo si dileguava come un fantasma. Per poi ricominciare il suo pedinamento appena mi voltavo. Il lento svegliarsi della cittadina, e il popolarsi delle strade gli rese il compito anche più facile. Si mimetizzava nella folla con abilità.

Esasperato aspettai che fossimo soli , in una viuzza laterale, per potergli parlare.

-Vieni fuori … lo so che sei lì … - dissi voltandomi verso un cassonetto dell’immondizia. Lentamente lo vidi emergere dal buio.

-Si può sapere cosa vuoi?-

Sembro pensarci per qualche istante.

-Vuoi essere mio amico?-

Rimasi sconvolto. Che razza di domanda era quella? Lo fissai incredulo pensando che stesse scherzando. Ma lui sembrò molto serio.

-Fai un favore a te stesso ragazzino. Torna a casa, lasciami perdere, non ne vale la pena .-

Ma non ci fu verso di liberarsi di lui. Ovunque andassi era con me. Prendevo un caffè al bar, mi aspettava all'entrata. Vagabondavo in libreria, si nascondeva tra gli scaffali.

Fu così per quello ed i giorni a venire. Tanto che quasi mi abituai alla buffa e silenziosa presenza del bimbo.

Ci eravamo scambiati solo poche parole così che avevo scoperto il suo nome: Yuriy. Quasi senza pensarci avevo cominciato a ragionare considerando anche la presenza del mio “pedinatore”, se mangiavo lasciavo sempre una parte anche per lui, evitavo quasi inconsapevolmente i mezzi pubblici – dove sapevo non avrebbe potuto seguirmi- e avevo chiesto al portiere di accoglierlo nell'atrio dell’hotel.

Era evidente che era un vagabondo. In un certo senso mi riportava ai tempi in Afghanistan. Mi ricordava tutto il male che avevo visto, rammentandomi che quello stesso male albergava anche lì.

La guerra era per me una ferita aperta che ancora pulsava. Da quando ero tornato non ero riuscito a riallacciare i rapporti con la mia famiglia e avevo finito per isolarmi.

C’erano notti in cui mi svegliavo di colpo urlando, in un bagno di sudore, con le immagini dell’inferno in terra davanti al volto. Successe anche una notte, circa una settimana dopo l’incontro con Yuriy.

Devastato decisi di uscire per respirare un po’ d’aria pura.

Il vento freddo mi schiaffeggiò il volto. Lo ignorai e mi sedetti sui gradini d’entrata dell’albergo. Inspiravo quanto più ossigeno potevo.

Lentamente calde lacrime cominciarono a scorrermi lungo il volto. Non sapevo da dove derivasse tutta quella malinconia, ma sentivo il bisogno di ricevere conforto. Di essere capito.

Sentì dei passi. Yuriy si sedette accanto a me. Il suo volto,illuminato dai raggi di luna, era serio e deciso. Senza che potessi replicare o fare qualsiasi altra cosa, lui mi abbracciò. Sconvolto risposi impacciato a quel gesto d’affetto, impreparato e poco abituato a quel genere d’attenzioni. Ma quel semplice abbraccio mi fece provare un calore e un sentimento unici.

Con delicatezza si staccò da me. Mi guardò con i suoi grandi occhi lucidi e mi porse qualcosa. La riconobbi subito, era la mela che aveva rubato giorni prima.

Un sorriso involontario mi illumino il volto.

-Amici?-

-Certo.-

2013 , Costantine

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