giovedì 29 agosto 2013

L'ultimo Treno . Capitolo 3





Capitolo 3 - Il matrimonio

Don Ernesto maledì mille volte il giorno in cui volle convincere Augusto a intraprendere il Santo percorso che lo avrebbe reso un vero Cristiano.

Il programma prevedeva un corso concentrato e intensivo di catechismo per insegnare all'ex ferroviere almeno come fare il segno della croce (per convincerlo ad usare la mano destra ci vollero due incontri perché Augusto si impuntò sul fatto che lui fosse mancino e perciò quello che i destri fanno con la mano destra, lui voleva farlo con la mano sinistra) e le preghiere di base che ogni bimbo di quinta elementare impara a dire. Anche sulle preghiere i due persero molto tempo per le continue obbiezioni sul significato di alcune parole o sul senso di alcune frasi. Insomma, ci mancò poco che Don Ernesto non mandasse tutto all'aria  solo l’animo del buon pastore gli permise di portare il suo discepolo a ricevere i Sacramenti.


Le cerimonie furono concentrate in una sola giornata per gentile concessione del Vescovo che saputo chi fosse il destinatario dei Sacramenti e soprattutto del suo carattere, decise di chiudere un occhio se non tutti e due e la questione fu risolta in forma privata e velocemente.

Durante la Prima Confessione di Augusto (di cui non posso parlare in dettaglio perché esiste il secreto confessionale) ci fu un po’ si subbuglio in chiesa quando i pochi presenti si spaventarono nel sentire il loro parroco urlare dal confessionale. I testimoni riferiscono che disse qualcosa del tipo:
“Non siamo qui per parlare di quanto rame ci vorrà per elettrificare la rete ferroviaria italiana, siamo qui per parlare dei tuoi peccati, porcaccia la … !”.

Fortunatamente l’ecclesiastico non terminò la frase perché altrimenti sarebbero probabilmente crollati i muri di quel Santo luogo. I presenti si guardarono tra loro non sapendo bene che fare, qualcuno si alzò per andarsene in cerca di aria migliore, altri intensificarono la preghiera come se questo potesse cancellare ciò che era appena successo, comunque tutti si aspettarono una reazione a quella crisi isterica, invece il silenzio riprese sovrano e dopo pochi minuti dal confessionale uscì il prelato, paonazzo in volto, con le mani strette a pugno. Senza guardare in faccia nessuno, a passo svelto si infilò in sacrestia e nessuno lo vide più per almeno due giorni.

Per la nostra storia è importante sapere che Augusto si regolarizzò con la chiesa, almeno a livello burocratico se non in quello spirituale, e quindi fu pronto per assolvere il suo compito di testimone alle nozze di Marta.

Intanto Marta e Giovanni si diedero da fare per preparare al meglio il loro matrimonio. Solo i morti del paese non furono invitati alle ormai prossime nozze, inoltre furono invitate persone provenienti dalla città, ex compagni di università di Marta e un paio di cassiere del supermercato dove faceva la spesa “Il Lungo”. Uno di questi invitati fece una proposta a Marta tale da non poter essere rifiutata: Le avrebbe pagato le spese della cerimonia, pranzo compreso, se lei avesse accettato di far diventare il suo matrimonio il set di un lungometraggio almeno nella parte finale della cerimonia.

Antonio Ciacco, questo era il suo nome, lavorava a Cinecittà come sceneggiatore e al momento era impegnato a girare un film storico sulla vita di un famoso bandito vissuto nel ‘700 in quelle zone. In cambio della copertura delle spese matrimoniali, Marta doveva vestirsi e fa vestire tutti gli ospiti con abiti del ‘700 forniti dalla casa produttrice del film. Lei sarebbe dovuta arrivare alla cerimonia con una carrozza d’epoca, tutto si sarebbe svolto normalmente ma alla fine, una banda di malandrini sarebbe comparsa per derubare tutti per poi darsela a gambe. Tutto facile e conveniente, quindi l’accordo fu sottoscritto.

Come potete immaginare, fu un impresa titanica convincere Augusto ad indossare l’abito settecentesco, lui che aveva già lustrato mille volte la divisa da festa di gala delle ferrovie. Probabilmente non ci sarebbero riusciti se non fosse intervenuto direttamente il sindaco del paese che promise di far ridipingere la stazione dove abitava Augusto, ma solo a nozze concluse, aggiunse, se lui avesse accettato di indossare la calzamaglia gialla e rossa e il corpetto da paggio che gli avevano assegnato. Augusto accettò perché per la sua stazione sarebbe andato anche nudo a quel matrimonio e i preparativi poterono continuare tranquillamente.

Il tempo passò come fosse un fiume in piena e in un attimo si arrivò alla vigilia del grande evento al quale, contrariamente a quanto detto in precedenza, fu invitato anche un morto. Tale Giacomo Leopardi (da non confondersi con il grande poeta) ebbe la malaugurata idea di morire pochi giorni prima.

Giacomo, detto l’eremita, era, come del resto si può capire dal suo nomignolo, un uomo solo e solitario, senza parenti viventi. Nessuno sarebbe andato di sua iniziativa al funerale quindi, il prete, ebbe la discussa intuizione di riunire i due eventi liturgici, prima il funerale, poi il matrimonio. Marta e la sua famiglia non furono d’accordo con la decisione del prevosto ma si dovettero ugualmente adeguare per non essere tacitati di poca carità cristiana.

Il giorno delle nozze dunque arrivò e al giungere degli invitati la troupe cinematografica distribuì ad ognuno di loro soldi finti e gioielli di vetro da usare nel momento in cui i finti ladroni sarebbero intervenuti alla fine delle cerimonie.

Il funerale fu celebrato abbastanza velocemente perché il prete decise di non tirarla troppo a lungo per via dei continui risolini della gente, sghignazzi dovuti agli strani indumenti settecenteschi indossati dalla gente, che si prendeva in giro l’un l’altro. Quest’ilarità mal si intonava alla cerimonia funebre. Finita la funzione, la cassa contenente il povero Giacomo fu messa da parte in cantina,dove sarebbe rimasta in attesa della sepoltura che sarebbe avvenuta alla fine di tutto. Finalmente la celebrazione del matrimonio poté avere inizio.

Tutto si svolse nel migliore dei modi e i due ragazzi pronunciarono il fatidico “SI, lo voglio” tra gli applausi e le lacrime di commozione degli intervenuti. Ma la parte migliore di quella gloriosa giornata doveva ancora avvenire.

Dal portone della chiesa, i due giovani uscirono sorridenti tra due ali di persone che fecero a gara per buttare manciate di riso beneaugurante sulla coppia. L’arrivo dei cavalli dei briganti prese di sorpresa un po’ tutti perché l’emozione del momento fece dimenticare ai più di essere, oltre che invitati ad un matrimonio, anche delle comparse per un film. I finti fuorilegge non si limitarono a gridare come forsennati, ma spararono vari colpi di pistola a salve per rendere più credibile la scena. Gli invitati, presi veramente dal panico, scapparono da tutte le parti gridando a più non posso. In sottofondo si sentì la voce del regista estremamente soddisfatto della realistica scena.

“Gira, Gira che sta andando benissimo” gridava all'operatore.

Non fu facile ristabilire la calma ma Marta e Giovanni riuscirono a tranquillizzare tutti riportando il clima di festa precedente all'attacco degli attori. Il regista spiegò che avrebbero dovuto girare la scena della rapina e poi tutto sarebbe finito, quindi chiese alle persone di raggrupparsi nel piazzale per girare la scena.

I finti ladroni dovevano farsi consegnare i soldi e i preziosi falsi che erano stati alle comparse dati in precedenza, mentre quest’ultime avrebbero dovuto avere gli sguardi terrorizzati. Tutto andò bene finché non venne il turno di Peppino Lonero, figlio di Attilio il barista del “Nazionale”.

Peppino, che assomigliava tantissimo al padre, aveva però un piccolo difetto: era un po’ debole di mente, come dicevano i parenti e gli amici mentre per gli altri era proprio ritardato. Nato da un parto difficile, era cresciuto molto fisicamente ma poco di testa.

Quando venne il suo turno di essere “rapinato”, lui non volle consegnare i soldi ricevuti convinto che fossero un dono e quindi di diritto suoi. A sua discolpa bisogna dire che nessuno ebbe la grazia di spiegargli cosa sarebbe successo durante il matrimonio e ora era troppo tardi per farlo. L’attore che interpretava il ladrone cominciò a prenderlo a male parole mentre il regista, all'oscuro della situazione, pensò che Peppino fosse un talento naturale e che stesse interpretando la parte del duro, quindi incitò i due a continuare.

“Bravi, bravi! Gira, gira!” gridò.

A Peppino, che di sentirsi insultare da chicchessia non voleva saperne, gli “girarono” le balle invece della pellicola e quindi diede un sacrosanto schiaffone all'attore.

“Bravo, Bravo!” gridò il regista. “Gira,gira”.

Il povero finto bandito, finito a terra era un ex boxer a cui non sembrò vero di avere la possibilità di azzuffarsi senza avere ritorsioni, quindi si lanciò contro Peppino tirandogli prima un desto, poi un sinistro che avrebbero steso un toro e Peppino che toro non era, salutò tutti per andarsi a fare un giretto nel mondo dei sogni.

Attilio, visto la difficoltà del figlio si lanciò in sua difesa e quella che era iniziata come una scaramuccia limitata a due persone, divenne presto una rissa generale.

Ci volle del bello e del brutto per sedarla da parte del prete, di Marta e di Giovanni ma alla fine tutto tornò alla normalità o quasi.

Il regista e la troupe, raggianti per le scene ottenute, salutarono e ringraziarono tutti prima di andarsene mentre il seguito degli sposi incominciò a recarsi la, dove si sarebbe tenuto il banchetto nuziale.

Solo il povero defunto Giacomo l’eremita, dimenticato da tutti, persino dal parroco rimase dove l’avevano lasciato in attesa di una meritata sepoltura che non ci fu, almeno per quel giorno. Fu la perpetua ad accorgersi del poveretto una settimana dopo le nozze quando si recò nelle cantine della casa parrocchiale e un forte odore di putrefazione per poco non le fece vomitare l’anima. Il parroco, avvertito del ritrovamento decise di dare sepoltura al poveretto durante la notte in modo che nessuno si accorgesse della sua dimenticanza.

Augusto, finiti i festeggiamenti, tornò a casa felicissimo che quella terribile giornata si fosse conclusa. Nella casella della posta trovò una lettera a lui indirizzata proveniente da Roma e il mittente era nientepopodimeno che le FF.SS cioè le ferrovie italiane.

Mentre apriva la lettera, Augusto immaginò che il contenuto fosse una cosa del tipo che avrebbero riaperto la linea con il suo paese, oppure che l’avrebbero promosso a capostazione in un grosso centro o forse che l’avrebbero premiato per gli anni di servizio prestati alla causa ma quando lesse il contenuto il mondo gli crollò addosso. Le ferrovie gli comunicarono che entro un anno l’avrebbero sfrattato perché la stazione sarebbe stata abbattuta per lasciare posto a una nuovissima SPA con albergo annesso. Il fatto che lui non capisse cosa centrasse una società per azioni con un albergo non ebbe nessuna importanza, la cosa importante, ciò che gli fece più male di una coltellata nella schiena, fu che la sua amata ex azienda lo stesse buttando a mare come un sacco di rifiuti. Nei momenti che seguirono ebbe solo la forza di sedersi sul letto e li rimase. Solo una frase gli uscì dalla labbra. Una semplice domanda a cui nessuno poté rispondere:

“E mo che fò ?”


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