giovedì 22 agosto 2013

L'ultimo treno- Capitolo 2



Capitolo 2 - Bar Nazionale

Augusto fu messo in pensione dalle ferrovie e da allora passò le sue giornate tra la stazione, in attesa di un treno che non sarebbe più tornato e il bar “Nazionale” dove, con i pochi amici che aveva, trascorreva la giornata tra una partita di briscola e una di scopa, il tutto innaffiato con una grande quantità di bianco che nel bar “Nazionale” non mancava mai.

Il bar “Nazionale”, altrimenti detto il Nazionale, era l’unico bar rimasto aperto dopo la chiusura della miniera ed era gestito da Attilio Lonero, un omaccione di oltre 100 chili, calvo come una boccia e con due baffi stile austro-ungarico che faceva paura solo a guardarlo. Ex minatore, Attilio, alla chiusura della miniera, non se la sentì di lasciare il suo amato paese e rilevò il bar per pochi soldi. Tutti pensarono che fosse uscito di senno a rilevare un bar in un paese destinato a scomparire dalla cartina geografica, invece il tempo diede ragione all'ex minatore perché nonostante le difficoltà, il bar riuscì a rimanere aperto e a dar da mangiare alla famiglia Lonero.


Il giorno dopo la partenza dell’ultimo treno, Augusto entrò per la prima volta nel bar “Nazionale”.

Quando era ancora un capostazione con un lavoro, l’idea di passare del tempo al bar non l’aveva mai sfiorato, sarebbe stato solo del tempo perso che invece dedicava alla manutenzione della sua stazione. In realtà lui non faceva mai niente che non fosse legato in qualche modo alle ferrovie. Figuratevi che anche la spesa gli veniva portata a domicilio da un garzone di nome Giovanni detto “Il Lungo” perché era molto alto ma anche molto magro, un giovane che si inventò un lavoro tutto nuovo dopo che ebbe perso quello vecchio di minatore. Visto che in paese erano rimasti tanti vecchi,  “il lungo” pensò bene di darsi da fare e si presentò loro chiedendo se avessero bisogno di qualche servizio. Molti di loro, non avendo a disposizione un mezzo proprio per muoversi, gradirono l’offerta e gli chiesero di comprare qualcosa al supermarket la prima volta che si fosse recato in città. Ebbene, da cosa nasce cosa e quello che era iniziato come un piacere fatto ai vecchietti, divenne un’attività vera e propria: ” Il Lungo ti porta la spesa a domicilio” era il suo motto. Giovanni  fu il precursore di un servizio molto usato ai giorni nostri.

Ma ora sarà meglio tornare dal nostro Augusto che abbiamo lasciato mentre stava entrando al “Nazionale” per la prima volta.

Ebbene non fu proprio un evento da ricordare per lui. All'ingresso una spessa coltre di fumo lo abbracciò completamente, il fumo gli entrò nella bocca, nel naso, nelle orecchie e negli occhi che presero a lacrimare come non avevano fatto neanche il giorno dell’arrivo della notizia della soppressione della linea ferroviaria.  Il pover'uomo cominciò a tossire da non poterne più e i pochi avventori presenti si precipitarono verso di lui per prestargli soccorso. Nessuno di loro pensò di spegnere o per lo meno riporre la propria sigaretta, corsero invece in soccorso al pover'uomo con il mozzicone penzolante dalle labbra e la situazione non poté che peggiorare. Fortunatamente nel bar era presente  il dottor Edmondo (lo stesso che fischiò per far partire il treno), il quale capì esattamente quale fosse il problema del malcapitato e lo accompagnò fuori dal bar a respirare aria pulita.

Dopo quel tragico primo giorno, Augusto andò altre volte al “Nazionale”, le prima volte limitando la propria presenza a pochi minuti, poi via-via aumentando il tempo di permanenza nel locale fino a che non decise di incominciare a fumare anche lui le Nazionali senza filtro perché, come diceva sempre: 

“ Se devo morire per il fumo, almeno che sia il mio!”

Fu in una di queste occasioni che conobbe quello che sarebbe diventato il suo miglior amico: Goffredo Lamperti. Goffredo aveva circa la stessa età di Augusto ma in più aveva una famiglia composta  da moglie e tre figli, tutti accessori che Augusto si era fatto mancare. I figli maschi di Goffredo persero il lavoro con la chiusura della miniera e se ne andarono in cerca di fortuna al nord mentre l’unica figlia, di nome Marta, avendo avuto la possibilità di studiare in città, diventò una farmacista o qualcosa di simile e al suo ritorno al paesello, aprì una farmacia- erboristeria dove, oltre ai farmaci basilari, si poteva trovare ogni tipo di intruglio composto da erba e da chissà cos'altro.

Tra un bicchiere di vino e l’altro, Augusto e Goffredo passarono molto tempo al “Nazionale”, il primo parlando solo di treni e di ferrovie e l’altro lamentandosi della moglie e della figlia le quali giustamente lo criticavano per come spendesse il suo tempo.

Il duo divenne un trio allorché Ugo Sirchia si aggiunse alla compagnia. Impiegato delle poste e delle telecomunicazioni in pensione, Ugo era il tutto-fare del paese e quando dico tutto fare lo dico proprio perché sapeva fare di tutto. Lui era l’idraulico, l’elettricista, il muratore, il falegname, il lattoniere ma anche il baby-sitter, il giardiniere e le malelingue dicono che fosse anche un perfetto amante. Gli uomini, a causa della fama del tutto fare, facevano di tutto per evitare la sua compagnia quindi Ugo, trovò in Augusto e Goffredo i compagni perfetti: il primo non aveva nessun motivo per evitarlo non avendo ne moglie ne fidanzata, mentre il secondo sarebbe stato assai contento se la moglie se ne fosse andata con Ugo e quindi lo faceva chiamare anche per il lavoretto più semplice.

Il sodalizio tra i  tre uomini si consolidò giorno per giorno fino a che si trasformò in vera amicizia. Goffredo incominciò ad invitare i due amici a trascorrere le feste comandate a casa sua, quindi Ugo e Augusto divennero presto buoni amici anche della moglie e della figlia di Goffredo. Tobia, il cane della famiglia Lamperti, prese in simpatia i due ospiti, il che non sarebbe stato un problema se non fosse stato che il cucciolone di San Bernardo pesava  oltre 60 chili e la cui unica aspirazione era quella di essere preso in braccio come facevano i suoi padroni quando era appena nato. Tutte le volte che Augusto e Ugo entravano nel giardino di casa Lamperti, correvano il serio rischio di venire travolti  e sepolti da quella massa di pelo e carne.

Fu durante una di quelle visite a casa Lamperti che Augusto dovette affrontare una delle peggiori prove della sua vita. Successe durante la Domenica di Pasqua di un anno imprecisato quando furono invitati a pranzo insieme a Don Ernesto, il prete del paese. Durante il pranzo, la figlia Marta si alzò per fare un annuncio.

“ Signori e Signore, un attimo di attenzione prego”

Tutti si girarono a guardare la ragazza che si era alzata in piedi. Anche Tobia smise di rosicchiare il suo grosso osso per guardare la ragazza.

“Come sapete io e Giovanni ci frequentiamo oramai da lungo tempo e di comune accordo abbiamo preso una decisione”

“Giovanni? Giovanni chi?” chiese Ugo che gli uomini del paese preferiva non conoscerli .

“Come chi? Giovanni Marchi, il garzone” disse Luigia, la moglie di Goffredo che era già al corrente della situazione sentimentale della figlia.

“Il lungo?“ chiese Ugo

“Quello che mi porta la spesa?” chiese Augusto

“Ma insomma, chi è questo lungo che porta la spesa?” disse Goffredo che era sempre l’ultimo a sapere le cose

“Ahuuuu” Disse Tobia il San Bernardo  ma nessuno capì cosa volesse dire neanche il prete che di santi se ne intendeva.

Dopo aver spiegato brevemente chi fosse Giovanni Marchi, Marta proseguì nell'annuncio.

“Io e Giovanni abbiamo deciso di sposarci il prossimo 30 Settembre”

Ci fu un piccolo applauso e c’è chi disse “Che bello”, chi “Auguroni” e anche “Ahuu Auhhh” ma Goffredo rimase fermo e muto come una statua.

“Papà non stai bene? Non sei contento?” Chiese preoccupatissima la figlia Marta.

“Voglio sapere perché lo chiamano il Lungo” fu l’unica risposta che le diede suo padre.

Dopo le necessarie spiegazione anche Goffredo accettò l’idea e fece le congratulazioni alla figlia, la quale, fece un altro annuncio:

“Augusto, vorrei che tu mi facessi da testimone”

Augusto arrossì, poi sbianco per poi diventare di un giallastro sporco veramente preoccupante: lui in chiesa non c’era mai stato, neanche da bebè per essere battezzato.

“Dai non puoi dirmi di no!” Insistette la ragazza.

“Ma io, ma io … non posso, veramente. Cioè, ne sono onorato, non fraintendermi ma  … ma  non ho fatto neanche la Cresima” disse Augusto cercando una qualche scusa per evitare l’onere.

Il prete si sentì in dovere di intervenire.

“Di questo non devi preoccuparti, prima di allora andiamo in città e ti regolarizzi con tutto”

Augusto rimase a bocca aperta a guardare il prete: lui non era stato neanche battezzato, quindi avrebbe dovuto fare tutti i sacramenti ma ci pensate? Lui che non sapeva dire neanche il Padrenostro.  Avrebbe potuto recitare a memoria il tabellone dei treni in arrivo di Bologna, quello si, con anche le coincidenze per render più difficile la cosa. Tutti lo guardarono in attesa della sua risposta ma l’unica cosa che seppe dire, la disse a bassa voce ma nel silenzio dell’attesa si sentì perfettamente.  

Disse : “E mo … Che fò ?”

  

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