sabato 17 agosto 2013

L'ultimo treno- Cap 1

Capitolo 1 : Augusto Bevilacqua 

Augusto Bevilacqua era il suo nome ma di lui si sapeva ben poco a parte il fatto che doveva essere l’uomo più vecchio dell’intero paese. La sua età era un mistero per tutti e forse per lo stesso Augusto. Gli anziani del paese dicevano che era già vecchio quando loro erano giovani ma forse queste sono solo frasi dettate dalla cattiveria e dall'invidia.


Augusto viveva tutto solo in quella che una volta era stata la stazione ferroviaria del paese, una fatiscente catapecchia che aveva conosciuto sicuramente tempi migliori e i tempi migliori erano stati quando era ancora funzionante la grande miniera che diede lavoro a moltissimi minatori. I treni, a quei tempi,  giungevano più volte al giorno con il loro carico di uomini in cerca di lavoro, di donne in cerca di uomini da sposare ma soprattutto di  attrezzatura per la miniera e quando ripartivano, venivano caricati di materia prima da mandare nelle grandi industrie del nord.

Augusto tutte queste cose se le ricordava perché lui era già li, sempre nella stazione ma con un lavoro da fare perché lui era il capostazione. Per lui era il più bel lavoro del mondo perché amava i treni, li aveva sempre amati sin da quando era bambino. Aveva dato un nome ad ogni treno che si fermava nella sua stazione. Con la sua divisa di capostazione, armato di palette e fischietti, si sentiva l’uomo più felice del mondo. Credo che nessuno del paese l’avesse mai visto vestito con un abito diverso dalla sua divisa. Certe male lingue insinuarono che Augusto andasse a letto sempre vestito con il suo abito da lavoro.

Quando la miniera si esaurì, le persone cominciarono ad emigrare e il paese divenne sempre più vuoto finché anche i treni si stancarono di fare quell'inutile viaggio.  Le poche anime che decisero di rimanere furono quelle che avevano delle attività che nulla avevano a che fare con la miniera come i contadini, qualche allevatore, il fabbro, il falegname, il medico, il prete e pochi altri, compreso Augusto che decise di restare con la speranza che un giorno la linea ferroviaria potesse essere riaperta.

Gli anziani del paese ricordano ancora la partenza di quell'ultimo treno diretto al nord, carico delle poche famiglie che avevano sperato fino all'ultimo di trovare una nuova vena di minerale. Il vecchio capostazione (che era sempre Augusto) stava nella sua divisa tirata a lucido sul marciapiede in attesa di fischiare per autorizzare la partenza del convoglio. La gente e i macchinisti lo guardarono in trepidante attesa ma lui rimase immobile con la lanterna in una mano e il fischietto nell'altra. La piccola banda del paese, composta dai soli quattro musicisti superstiti, continuava a suonare la stessa marcetta  ormai da  parecchie ore e il suono si fece via via sempre più stanco e impreciso come anche gli stessi suonatori. Qualcuno osò gridare:

“Fischia, mondo cane, che ce ne andiamo”

ma il capostazione sembrò non recepire quel saggio consiglio. Un bambino improvvisamente lasciò la mano della sua mamma e corse dal capostazione per capire cosa gli impedisse di fischiare.

“Signore, signore ! perché non fischi ?” Chiese il piccolo
Augusto girò la testa per guardare chi l’aveva disturbato durante l’adempimento del proprio dovere. Poi si decise a rispondere.

“Fischiare, fischiare, mica è così semplice sai ? Cosa ne vuoi sapere tu che sei così piccolo. Tutto deve essere in ordine, la linea sgombra, insomma devo controllare tutto ma ora vai che non posso essere disturbato”

Il bambino tristemente si allontanò non molto convinto della spiegazione dell’uomo perché secondo lui tutto era già a posto ma i grandi si sa come sono.

Augusto sapeva perfettamente che avrebbe dovuto fischiare ma sapeva anche che quello poteva essere l’ultimo fischio che avrebbe fatto e proprio non ce la faceva, cercava ogni pretesto per ritardare il drammatico evento.

Fortuna vuole che ci fosse ancora in paese il Dott. Edmondo che di mestiere  faceva appunto il dottore ma anche il parrucchiere e il veterinario e che tutti ritenevano un genio. Tale Dott. Edmondo, per dare credito alla sua fama di genio, prese in mano la situazione che in quel caso consisteva in un banale fischietto e fece quello che il capostazione non osava fare: Fischiò. Fu il fischio più lungo della storia del paese e forse quello più amato dai suoi cittadini. Tutti si girarono a guardare chi avesse fischiato perché fu evidente a tutti che il capostazione non aveva mosso un muscolo. I macchinisti guardarono il capostazione per chiedere muta conferma per la partenza ma lui, con la faccia paonazza per la rabbia, non diede nessun cenno di assenso . Dalla folla si alzò prima un grido “ Ha fischiato! Partite! Partite!”  seguito da un forte applauso, poi un altro grido “Ma non è stato il capo..”  ma la frase si interruppe e nessuno seppe dire in seguito cosa mai avesse voluto dire quel pover'uomo che l’aveva lanciata e che nell'occasione si ruppe anche il naso, fatto sta’ che i macchinisti presero al volo l’occasione e fecero partire la locomotiva.  Il treno era ormai sparito dalla vista e la stazione si era ormai svuotata ma il capostazione era ancora lì, in piedi nella sua immacolata divisa. Qualcuno lo sentì dire una frase che divenne un famoso modo di dire quando qualcuno perdeva il lavoro:


“ Mo che fò?”

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